L’intervista: Federica Muzzarelli

di sciul

Verso la fine dell’800, con la nascita della fotografia, e a partire dai primi anni del 900 in poi, nascono nuove forme d’arte, che si avvalgono di supporti visivi e molto meno statiche e più performative, di cui le donne si appropriano, iniziando ad entrare a pieno titolo nel mondo dell’arte

Questa settimana abbiamo intervistato Federica Muzzarelli, professore associato del Dipartimento di Arti Visive dell’Università di Bologna, dove insegna “Fotografia e Cultura Visuale”.

Federica Muzzarelli è autrice del libro “Il Corpo e l’Azione – donne e fotografia tra otto e novecento“.

Abbiamo trovato il libro particolarmente interessante, poichè in esso la Muzzarelli raccoglie  le vite e le opere di 12 artiste, che vivono tra otto e novecento, e che in quel periodo si confrontano e si sperimentano con una nuova forma d’arte emergente (seppur non ancora ritenuta tale), ovvero la fotografia. La ricerca che viene fatta nel libro, intende distaccarsi dall’idea che esista un’ “arte al femminile”, e quindi un tipo di arte fatta dalle donne e per le donne che rischia di assumere le caratteristiche di un’autoreferenziale “riserva indiana”, a sola fruizione femminile, e in cui le donne stesse che si cimentano con l’arte si trovano ad essere emarginate. La stessa emarginazione che sta vivendo in quel primo periodo la fotografia, che stenta ad affermarsi come forma artistica a pieno titolo.  Tuttavia si riconosce l’esistenza di un filo rosso che unisce le opere di queste artiste fotografe, nelle quali emergono con forza due elementi molto importanti quali il lavoro sul corpo e l’idea di azione che ritroviamo nelle loro opere.

Sfogliando il libro, salta subito agli occhi l’insistenza sul corpo e in particolare sull’autoritratto: queste artiste si pongono, nei confronti della propria opera, sia come fotografo che come soggetto. Guardano attraverso la macchina, ma ne escono anche.  Con questo impostano una ricerca e un discorso molto complesso sull’identità. Un’identità che è sempre stata modellata sul desiderio e i codici di rappresentazione maschili e  che quindi necessita di essere ridefinita, in alcuni casi partendo da zero, con la raffigurazione di nudità “ancestrali”, e in quanto tali, prive di sovrastrutture simboliche.

Un’identità che può diventare molteplice e ludica, come ad esempio fanno Alice Austen e Claude Cahun travestendosi anche da uomo e giocando con l’identità maschile, fino ad arrivare ai limiti della definizione dei sessi. In questo caso la lungimiranza espressiva della Cahun la rende una vera antecedente del postfemminismo in tempi non ancora sospetti.

Un altro aspetto è quello dell’azione, infatti un altro tratto distintivo di queste opere  è l’aspetto performativo degli scatti, ovvero la fotografia viene utilizzata per documentare una performance (dal travestimento, alla ri-creazione di una scena biblica), come se la fotografia fosse un mezzo per fermare il tempo e documentare un’azione. Donne e azione, come Tina Modotti, molto attiva non solo come fotografa , ma anche nella scena politica del tempo.

Nella ricerca del materiale, la Muzzarelli ci rivela che le donne che in quel tempo si sperimentano con la fotografia e aprono un loro studio sono tantissime. Poche quelle che riescono ad affermarsi come artiste, ma il materiale è comunque tanto. L’autrice nel libro raccoglie le testimonianze delle artiste che,  con grande lungimiranza e all’avanguardia per i tempi, maggiormente si concentrano sui temi del corpo e dell’azione. Le artiste contemporanee, possiamo infatti dire che raccoglieranno questa eredità e continueranno il proprio lavoro, spingendosi oltre i limiti del corpo e dell’ identità,  e utilizzando la performance come canale di comunicazione privilegiato.

Nel corso dell’intervista sono state citate diverse artiste contemporanee, che oggi, finalmente, lavorano al pari dei loro colleghi uomini e sono parimenti quotate sul mercato dell’arte. Ne citiamo alcune, ma la lista è molto più corposa.

Cindy Sherman

Fotografa e regista, molto nota per i suoi autoritratti concettuali: fotografa se stessa in una varietà di costumi. Molte delle sue fotografie richiamano l’attenzione su alcuni stereotipi di donna e sul modo in cui queste vengono ritratte dai media.




Vanessa Beecroft 

La scelta espressiva della Beecroft è quella di pensare e realizzare performance, utilizzando il corpo di giovani donne più o meno nude, uno straordinario materiale umano mosso secondo precise coreografie come su una scacchiera invisibile, con opportuni commenti musicali o con lo studiato variare delle luci. Ciascuna delle partecipanti deve attenersi con scrupolo a una serie di precise e inderogabili norme che l’artista impone prima di ciascuna azione, per comporre dei veri e propri “quadri viventi”, esposte in gallerie e musei di arte contemporanea.

 L’artista pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del volubile mondo della moda. Private di ogni possibilità di dialogo o di relazione, esse appaiono congelate al di là di un’invisibile barriera. Al tempo stesso il loro mutismo e il loro totale isolamento producono lo strano effetto di far rimbalzare lo sguardo di chi guarda su sé stesso, trovandosi in una situazione di disagio.

 







Shirin Neshat

Artista e fotografa iraniana, lavora anche nel cinema come video artista. Nelle sue opere indaga il significato sociale, politico e psicologico dell’ essere donna nelle società islamiche contemporanee, celebri sono i suoi volti coperti da scritte persiane.

Anche se Neshat attivamente resiste alle rappresentazioni stereotipate dell’Islam, i suoi obiettivi artistici non sono esplicitamente polemici. Piuttosto, il suo lavoro riconosce le forze intellettuali e religiose complesse che modellano l’identità delle donne musulmane nel mondo intero. E’ regista del film “Donne senza uomini” uscito nelle sale nel 2009.






Marina Abramoviç

Artista originaria di Belgrado, le sue performance sono sempre di forte impatto emotivo, il suo intento  quello di indagare i limiti del corpo e le possibilità della mente, ma anche le reazioni dello spettatore, mettendo in stretto rapporto performer e pubblico.

Tra le sue performance ricordiamo “Balkan Baroque” in cui la performer gratta e pulisce una montagna sanguinolenta di ossa di animale, cantando litanie e lamenti, con video che celebrano la sua appartenenza ad un paese dilaniato dalle guerre.

Ma la sua performance più famosa è “Lips of Thomas” che culmina in atti di autolesionismo in cui l’artista si incide di una stella a cinque punte con un rasoio sul ventre: è un’immagine violenta e cruda che diventa una vera e propria icona della Performance Art.

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