Donne e partigiane

di sciul

“Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza”

Arrigo Boldrini (Bulow), medaglia d’oro della Resistenza

Parlando di resistenza, molto poco si parla di donne partigiane, o comunque la sensazione è che abbiano avuto un ruolo più che marginale nella guerra partigiana, mentre sappiamo che furono tantissime le donne che scelsero di schierarsi tra i partigiani nella lotta di liberazione dal dominio nazifascista.

Cominciamo con un po’ di dati:

le donne partigiane combattenti furono 35000, mentre 70000 fecero parte dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD); 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d’oro al valor militare.

La resistenza viene studiata solo negli ultimi 20 anni, e rispetto alla storia delle partigiane, fu sotto l’influsso culturale del femminismo che le storiche iniziarono a raccolgliere voci di deportate e partigiane. Le donne, si diceva, avevano “partecipato”, “contribuito” alla resistenza, come se fosse una parte minima su di una totalità maschile. Ancora oggi si parla di “contributo femminile” alla resistenza. Recenti studi storici e in particolare i cosiddetti gender studies, studiano la storia dal punto di vista delle donne, cercando di restituire loro il giusto ruolo rispetto alle importantissime funzioni delle donne, in questo caso nella lotta partigiana.

Come dice Marina Addis Saba, in “Partigiane, donne della Resistenza”: “Individuare ciò che di nuovo emerge da questi nuovi soggetti storici che agiscono in condizioni loro proprie, del proprio sesso, e secondo propri criteri, significa allargare il raggio di visione della storia, vederne la complessità e la contraddizione e soprattutto non trascurarne mai il legame inscindibile con la vita di tutti.”

 Rispetto al ruolo delle donne scrive Angelo del Boca, partigiano, scrittore e storico: “Le donne nella Resistenza sono ovunque. Ricoprono tutti i ruoli. Sono staffette, portaordini, infermiere, medichesse, vivandiere, sarte. Diffondono la stampa clandestina. Trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa. Sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche. Hanno cura dei morti. Compongono i loro poveri corpi e li preparano alla sepoltura. Un certo numero di donne imbraccia le armi. […] Tuttavia le donne non hanno ottenuto quei riconoscimenti che meritavano”.

 

Tutte queste funzioni sono sempre state considerate subalterne, ma è importante ragionare sul fatto  che per gli uomini quella di entrare nella Resistenza era una scelta OBBLIGATA, poiché l’alternativa sarebbe stata quella di arruolarsi nell’esercito; per le donne questa scelta è stata assolutamente VOLONTARIA. Per le partigiane in particolare si  parla spesso di “staffetta”, ovvero una ragazza che stabiliva collegamenti tra la banda partigiana e il centro abitato. Il ruolo della staffetta era tutt’altro che marginale, il rischio di essere uccise era altissimo e inoltre non era un’azione di gruppo, ma in solitaria.

 


Inoltre sono numerose le donne di ogni estrazione sociale, operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti, che in città, così come in campagna, organizzano corsi di preparazione politica e tecnica, di specializzazione per l’assistenza sanitaria, per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato di Liberazione Nazionale e per la divulgazione di stampa e volantini di propaganda, a favore della lotta partigiana. A rafforzare l’impegno politico femminile, durante la Resistenza, è testimonianza un organismo creato nel novembre del 1943 a Milano, da alcune donne appartenenti ai partiti del CLN (Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi e Rina Picolato, comuniste; Laura Conti e Lina Merlin, socialiste; Elena Drehr e Ada Gobetti, azioniste). Tale organizzazione prende il nome di “Gruppo di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà”. Da una stima effettuata a guerra finita, nei GDD costituitisi in tutta Italia si contano circa 70.000 donne che mettono tutto il proprio impegno nell’allargare la rete di collaborazione e partecipazione alla resistenza, informando le altre donne.

Non si può affermare, dunque, che sia stata l’incoscienza o l’ignoranza ad animare moltissime donne, a far correre loro rischi inenarrabili, pur di portare a compimento un’azione, quale può essere la consegna di un messaggio che informa degli spostamenti dei tedeschi un gruppo di partigiani, altrimenti isolati in zone impervie di montagna o in altri nascondigli irragiungibili. E’ invece indubitabile che le donne vivono la consapevolezza di combattere per una causa giusta e che in numero considerevole partecipano alla formazione dell’opposizione antifascista, fulcro della guerra di liberazione.

Una volta finita la guerra, c’è una certa riluttanza, a far sfilare le donne a fianco degli uomini nei cortei di liberazione. Questa scelta, dettata da rigidezze culturali, sarà l’inizio di un lungo silenzio su tante storie, portato avanti dalle istituzioni e condiviso dalle donne stesse che decidono di emarginarsi dalle onorificenze e dai riconoscimenti, rientrando, con il ritorno alla normalità, all’interno dei loro ruoli socialmente accettati. Un motivo di censura o di autocensura delle donne che hanno partecipato alla liberazione ha a che fare anche con l’immaginario donna-guerra, che rappresenta un vero e proprio tabù culturale. Per questo motivo si fa fatica ad accettare l’esistenza di donne armate e le donne stesse tendono a sminuire il proprio ruolo.

Un altro motivo per cui la scelta di fare le partigiane, viene vista in modo molto critico dalla comunità è il “buon costume”: Giovani ragazze che si allontanano dalla famiglia, passando anche lunghi periodi insieme a compagni uomini, vengono viste con sospetto, come sempre, di carattere sessuale.

In questo citiamo nuovamente Marina Addis Saba: “Impossibile spiegare i motivi di tutte le scelte individuali, nel complesso delle testimonianze emerge, sia in quelle femminili che in quelle maschili, che l’uso delle armi viene inteso come desiderio di partecipazione totale. […] Nelle testimonianze femminili si racconta che spesso i partigiani in brigata tendono a voler considerare e a usare le donne nel loro ruolo tradizionale di cura, spetta perciò alla donna, alla ragazza, insegnare che non è venuta a cucinare, né a fare l’amore, è lei che deve pretendere la parità dei compiti e il rispetto deve guadagnarselo sul campo, cioè nella vita in comune e nella lotta armata. Si forma nella vita in comune un’etica partigiana molto rigida e austera e, nonostante la loro educazione fascista, questi giovani, che non avevano mai vissuto in cameratismo con delle ragazze, perché ai tempi del regime era considerato promiscuità, imparano un modo nuovo di rapportarsi alle donne della loro formazione, le trattano con rispetto, con amicizia, con tenerezza; né gli uni né gli altri dimenticano l’appartenenza di sesso, ma gli uomini cercano nelle partigiane un abbandono che è necessariamente soltanto sentimentale. Finiti i tempi eccezionali,  fu poi difficile persuadere gli altri di tanto rigore, e intorno alle partigiane che hanno vissuto in mezzo agli uomini aleggerà sempre un’atmosfera di sospetto. […] La scelta di vivere in formazione comportava da parte della donna un carattere straordinariamente deciso e spesso la rottura con la famiglia”

Dopo la guerra questa differenziazione di ruoli e questa reclusione delle donne per molti versi non è più sostenibile. Ricordiamo che nell’immediato dopo-guerra, le donne italiane conseguono il diritto di cittadinanza, attraverso il voto.

A guerra finita, in alcune città, come Torino, alle donne non viene permesso di sfilare a fianco dei loro partigiani maschi. In altre città come Milano e Bologna, le donne invece partecipano. In particolare a Bologna, nella sfilata, le partigiane ci sono, e tutte armate: questo succede anche grazie a una profpnda differenza culturale che distingue l’Emilia Romagna da altre regioni, tant’è che si parla di “modello di emancipazione emiliana”. Nelle famiglie mezzadrili infatti c’è la figura della “zdora” e ci sono anche le mondine che hanno una forza e un’autonomia tutta particolare. La partigiane donne in Emilia Romagna sono tantissime e i monumenti partigiani di Bologna, come quelli di Porta Lame e zona Certosa, comprenderanno anche le donne.

Riportiamo di seguito le storie di alcune partigiane:

IRMA BANDIERA

Nata a Bologna l’8 aprile 1915, fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Fu Staffetta nella 7a G.A.P. dove divenne presto un’audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per sei giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni di lotta.

L’ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: “Lì ci sono i tuoi – le dissero – non li vedrai più, se non parli”, ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra.

Il corpo di quella che, nella motivazione della massima onorificenza militare italiana, è indicata come “Prima fra le donne bolognesi ad impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà… “, fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via.

GABRIELLA DEGLI ESPOSTI

Nata a Calcara di Crespellano (Bologna) il 1° agosto 1912, fucilata a San Cesario sul Panaro (Modena) il 17 dicembre 1944, coordinatrice partigiana della Quarta Zona con il nome di battaglia di “Balella”, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria.

Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l’8 settembre del 1943 Gabriella – assieme al marito Bruno Reverberi, aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell’organizzazione dei primi “Gruppi di Difesa della Donna”. Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann e il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi. Prima di essere fucilata, Gabriella è seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile “Gabriella Degli Esposti“, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

LETTURE CONSIGLIATE

“La resistenza taciuta, 12 vite di partigiane piemontesi“, Bruzzone e Farina

“Compagne“, a cura di Bianca Guidetti Serra

“Le Donne di Ravensbruck“, Beccaria Rolfi e Bruzzone

“L’altra metà della resistenza“, AA. VV.

“Le donne della resistenza antifascista e la questione femminile in Emilia Romagna“, Franca Pieroni Bortolotti

“L’Agnese va a morire“, Renata Viganò

“L’esile filo della memoria” Lidia beccaria

“Con animo di donna“, di Tromboni e Zagagnoni

 “Partigiane – Tutte le donne della resistenza“, Marina Addis Saba

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