Donne a confronto

di Angela

Nella classifica annuale del World Economic Forum ( fondazione senza fini di lucro divenuta celebre per l’organizzazione dell’annuale incontro di Davos, che riunisce i maggiori dirigenti politici ed economici internazionali, intellettuali e giornalisti selezionati, al fine di discutere le questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare) sul gender gap, le disparità tra donne e uomini, l’Italia è scesa al 74esimo posto su 134 Paesi, dal 72esimo occupato nel 2009, penultima in Europa e distantissima da tutti i big occidentali. Per strutturare questa ricerca sono stati presi in considerazione diversi parametri, quali la partecipazione economica e la parità di remunerazione tra i due sessi; le opportunità di accesso a tutti i tipi di lavoro; la rappresentatività nelle strutture decisionali dei paesi; l’accesso all’educazione e l’assistenza alla salute e alla maternità.

La classifica è stata compilata calcolando i dati forniti da statistiche nazionali, organizzazioni mondiali (tra le quali l’Onu) e ricerche compiute dallo stesso WEF. A pesare sulla posizione italiana sono principalmente le diseguaglianze economiche (il reddito medio da lavoro di una donna è la metà di quello di un uomo) e la scarsa presenza ai vertici della politica. Lo studio, che misura il divario nell’accesso a opportunità e risorse economiche, culturali, sanitarie e politiche di ciascun Paese e non il loro livello assoluto, conferma al primo posto l’Islanda con un punteggio di 0,8496 (dove 1 rappresenta la completa parità tra i sessi), seguita da Norvegia, Finlandia e Svezia, che sono anche ai primissimi posti per la competitività.

A spingere l’Italia nelle retrovie è soprattutto l’indicatore «partecipazione e opportunità nell’economia» (che la precipita in media al 96esimo posto), a causa delle diseguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fa parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini. Importanti anche le differenze salariali: le donne italiane guadagnano in media il 50% degli uomini, poco più di 20 mila euro di media, contro i circa 40 mila degli uomini. Ma stupisce davvero che paesi appena entrati nell’Unione Europea (quali Lettonia, Lituania ed Estonia) se la cavino molto meglio di noi, o che le donne italiane possano avere più difficoltà ad essere pagate quanto un uomo rispetto alle loro colleghe argentine, sudafricane o malesi. Le parole dello stesso WEF non lasciano dubbi: “Italia e Grecia hanno la situazione peggiore in Europa, con indici che riflettono i bassi livelli di partecipazione politica delle donne agli organi decisionali e le scarse possibilità di carriera in campo professionale”. Ma il dato peggiore, che maggiormente penalizza l’Italia nel report 2010, arriva dall’accesso e dalle opportunità delle donne nel mondo del lavoro. L’Italia è addirittura 97esima. La differenza più rilevante è la percentuale di occupati, 74% per gli uomini e solo 52% per le donne. Ma a ben guardare, da quanto emerge dal documento, l’Italia viene promossa a pieni voti per quanto riguarda l’accesso delle donne all’educazione, (49esima posizione), raggiungendo il primato mondiale per quanto riguarda l’istruzione superiore. Le ragazze diplomate sono il 79% del totale e superano di gran lunga i ragazzi, fermi al 56%. Le studentesse che arrivano alla laurea sono il 60% del totale dei laureati e vantano, rispetto ai colleghi maschi, un punteggio maggiore (106 contro 104) e un minor tempo per concludere gli studi (età media delle laureate 26,8 anni contro 27,5). Questo dato però, che appare positivo se preso in modo assoluto, è in evidente disaccordo con quanto detto in precedenza, ovvero al fatto evidente che le donne guadagnano effettivamente molto meno degli uomini.
La classifica stilata dal WEF copre l il 93% della popolazione mondiale, assegnando ai Paesi nordeuropei il podio delle pari opportunità. Al primo posto si piazza l’Islanda (quarta nel 2008), davanti a Norvegia ,Finlandia, e Svezia. Seguono Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca e Irlanda.
Sono dati che per alcuni possono forse essere nuovi o sorprendenti, per altri tristemente famosi.

Ma che cosa significa nella realtà vivere in un paese al 74esimo posto? Che differenza c’è nella vita quotidiana rispetto alle donne che vivono nei paesi situati in cima alla classifica? Oggi ci proponiamo di trasformare i numeri in fatti, ascoltando le testimonianze dirette di chi vive proprio in una di queste nazioni che hanno raggiunto il podio, in cui il gap, il divario tra uomo e donna rispetto ai campi d’indagine presi in esame, è minino (anche se mai totalmente assente). In particolare, in questa puntata faremo il confronto con la Finlandia, insieme alle nostre ospiti di oggi: Emmi, finalndese, ed Elisa, italiana naturalizzata in Finlandia.

Per cominciare, un dato molto interessante: le donne finlandesi, infatti, sono state le prime in Europa ad ottenere il diritto di voto. Infatti la Finlandia ha introdotto il suffragio universale nel 1906 e certamente c’è una relazione tra questo dato, cioè il fatto che la Finlandia abbia riconosciuto il pieno diritto di cittadinanza alle donne molto prima di tutti gli altri stati, e la posizione raggiunta nella classifica sul gender gap (ricordiamo che in Italia abbiamo dovuto aspettare la fine della seconda guerra mondiale: le donne votano solo nel ’46).

Nella nostra chiacchierata con Elisa ed Emmi abbiamo affrontato diversi argomenti, dal confronto tra la televisione italiana e quella finlandese, con relative pubblicità, alla maternità. La televisione italiana appare subito più anziana rispetto alle presenze della televisione finlandese (anche se, ci chiarisce Emmi, questa non è necessariamente considerata una nota di demerito rispetto alla televisione filnlandese, che invece è molto giovane) e le nostre pubblicità stupiscono i finlandesi per la costante presenza di donne seminude e per quella che viene percepita come assenza di un’idea ben strutturata, di una storia dietro tali pubblicità. Come ci dice poi Elisa, in Finlandia quello del divario salariale è un problema molto sentito e discusso. Le donne studiano più degli uomini, ma guadagnano comunque meno. Dietro questa differenza vi sono anche ragioni di natura storica: l’uomo è storicamente colui che mantiene economicamente la famiglia, mentre per le donne erano previste esclusivamente professioni di tipo assistenziale. Vi sono inoltre aree di lavoro percepite come tipicamente femminili, e in quanto tali remunerate con stipendi effettivamente più bassi. Come Emmi ci racconta, questo spiega solo una parte della questione. Il divario medio tra i due stipendi dipende infatti anche da un altro fattore: il datore di lavoro spesso chiede allo stesso collaboratore di stabilire il suo valore sul mercato, uno stipendio che riterrebbe soddisfacente, ed in questa situazione le donne tenderebbero a chiedere stipendi più bassi rispetto a quelli richiesti dai loro colleghi uomini.

Nel ’45, ci spiega Elisa, erano state previste per legge tabelle salariali differenziate per uomo e donna, che ratificavano questa disparità di trattamento, poi eliminate nel ’62. Successivamente è portata all’attenzione un’ulteriore questione, quella secondo cui ad una femminilizzazione di un dato mestiere conseguirebbe un calo di prestigio del mestiere stesso. Ultimamente, ci raccontano le nostre ospiti, in Finlandia è cresciuto il numero di medici donne, e questo ha portato ad un calo di prestigio della professione del medico, che si rispecchia anche in un calo degli stipendi, meno alti che in precedenza. Come ci dice Emmi, un motivo di questo divario di stipendi potrebbe essere anche la maternità poiché, durante tutto il periodo in cui la donna è a casa con il figlio, l’uomo continua la sua carriera e le sue possibilità professionali aumentano.

La nostra riflessione prosegue con la questione della rappresentatività. In Italia, infatti, su 945 parlamentari solo 191 sono donne, ovvero poco più del 20%. Nella politica locale questa situazione non migliora, poiché la percentuale di rappresentatività femminile nei comuni si aggira attorno al 18%, con il 10,6% sul totale di donne sindaco. La situazione finlandese è molto diversa: la rappresentatività è garantita da 86 parlamentari donne su un totale di 200. Il presidente della Repubblica finlandese, inoltre, è donna, Tarja Halonen. Ma nonostante questo, la Finlandia scende al 61esimo posto della classifica suddetta per quanto riguarda la presenza femminile in ambito professionale in posizioni di dirigenza o amministrazione aziendale. Dunque nonostante la granderappresentatività femminile in parlamento, la realtà è molto diversa.

Per quanto riguarda invece l’accesso all’educazione, come avevamo visto in precedenza il nostro paese è tra le prime posizioni, 49esimo, e raggiunge il primato mondiale con l’istruzione superiore. Le ragazze diplomate sono il 79%, contro il 56% dei ragazzi. Le ragazze laureate inoltre sono il 60% del totale e possono vantare un punteggio di laurea migliore rispetto a quello dei loro colleghi (in media 106 contro 104) e un minor tempo per concludere gli studi (l’età media delle laureate è di 26,8 anni contro i 27,5 dei colleghi). Ma, apparentemente, questo dato estremamente positivo non gode di troppa considerazione da parte del mondo del lavoro: a parlare sono i dati desolanti sull’occupazione femminile e sul divario salariale. Emmi ed Elisa ci confermano che i dati relativi all’educazione sono simili anche in Finlandia: le donne studiano di più ed ottengono mediamente risultati migliori.

La nostra chiacchierata prosegue sul tema della maternità. In Europa, infatti, in maniera diffusa, sono soprattutto el donne che si assentano da lavoro dopo la nascita di un figlio. Solo in Svezia e Norvegia, invece, è maggiore il numero di uomini che chiedono permessi per occuparsi dei propri figli. Una direttiva europea del ’92 garantisce 14 settimane di permesso per maternità, anche se fortunatamente nella maggior parte degli stati europei il periodo concesso è superiore alle 14 settimane. Secondo i dati dell’Eurostat relativi al 2000, gli stati che in base al loro reddito pro capite hanno investito di più per aiutare le famiglie con figli sono stati Lussemburgo, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca, dunque stati del nord Europa. Sotto la media europea si collocano Italia, Belgio, Spagna e Portogallo, anche se bisogna sottolineare che in questi paesi l’ammontare di questa spesa pubblica è, anche se minimamente, cresciuta negli ultimi anni (fatta eccezione per il Belgio). Abbiamo chiesto ad Emmi ed Elisa di parlarci della maternità in Finlandia, ottenendo il seguente quadro: la maternità è divisa in tre periodi. Le prime due settimane dopo la nascita possono essere godute da entrambi i genitori, per permettere che si stabilisca un’armonia, un rapporto tra genitori e neonati; successivamente, i primi mesi possono essere goduti solo dalla madre, mentre nel periodo seguente anche il padre può beneficiare di un congedo parentale (questo accade in Finlandia già dal ’77). Ma, nonostante questa possibilità, il numero di padri che resta a casa con i figli è molto basso (18%), mentre la maggior parte torna a lavoro dopo periodi molto brevi di congedo. Questo accade per diverse ragioni: una di queste potrebbe essere il fatto che il 40% delle donne al primo parto non ha un impiego a tempo indeterminato a cui tornare dopo la maternità, ragione per cui il padre è messo in condizione di non assentarsi dal lavoro. Bisogna tenere in considerazione che in Finlandia è possibile prolungare il periodo di maternità fino a 3 anni. Naturalmente, per una donna, assentarsi per 3 anni dal mondo del lavoro, comporta una serie di conseguenze sul piano professionale e delle possibilità di carriera. Per finire, vorremmo portare all’attenzione il seguente dato: in Finlandia l’epidurale è gratuita, oltre che socialmente accettata, mentre in Italia il prezzo dell’epidurale è a carico della paziente e il suo costo va dagli 800 ai 1300 euro.

Concludendo, possiamo dire che in Finlandia le donne sono molto presenti, nel tessuto sociale e a livello politico. L’istruzione superiore è molto diffusa anche tra le generazioni precedenti la nostra, ad esempio quelle dei nostri nonni o bisnonni. Molto diversa è anche l’immagine pubblica che i media danno delle donne: le pubblicità finlandesi non propongono così sovente donne scollacciate e ammiccanti, come invece sembrano fare le nostre. Inoltre, come ci spiega Elisa, l’aggettivo brutto non ha tanto una connotazione fisica e materiale quanto più una astratta. Non c’è un aggettivo che equivalga esattamente al nostro brutto: ne consegue che vengano di fatto espressi molti meno apprezzamenti fisici sull’aspetto di una persona, e in particolare sulle donne. Inoltre, Emmi ed Elisa ci spiegano che l’aggettivo bello non si usa in Finlandia in riferimento ai bambini: è bizzarro fare questo tipo di apprezzamento verso un bambino, al contrario di quanto accade in Italia o in altri paesi.

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