Intervista – Flavia Franconi

di Komorebi

In questa puntata abbiamo iniziato a trattare il tema della salute,  con un’intervista a Flavia Franconi, professoressa alla facoltà di Farmacia dell’Università di Sassari, membro della Società Italiana di Farmacologia e presidente del GISeG – Gruppo Italiano Salute e Genere. Con lei abbiamo approfondito il discorso sulla medicina e la farmacologia di genere.

La maggior parte dei medicinali che assumiamo infatti, è stata sperimentata solo su soggetti maschi. Le donne quindi si trovano ad assumerli attenendosi a delle indicazioni basate su uomini, in genere di 70 kg di peso (questo è infatti il campione medio di sperimentazione).

D: Flavia, quali sono i motivi che stanno alla base della scelta di escludere le donne dalla sperimentazione farmacologica?

R: I motivi sono molti. C’è innanzitutto un motivo etico, ovvero la paura di provocare danno al feto, nel caso nel corso della sperimentazione si verificasse una gravidanza: nella storia della medicina ci sono state grandi tragedie come la nascita di bambini focomelici a seguito dell’assunzione di determinati farmaci in gravidanza.
Un’altro motivo è legato alla variabilità femminile: le donne in età fertile hanno il ciclo mensile che porta a variazioni sia fisiologiche che di livelli ormonali: non esiste una sola donna quindi, ma molte donne e tenere conto di questo nella sperimentazione farmacologica aumenterebbe il numero di gruppi da studiare, con conseguente aumento dei costi e dei tempi della ricerca.
Una terza ragione è la ritrosia delle donne ad entrare negli studi clinici, perchè questo significa andare molto spesso in ospedale: le donne sono più impegnate degli uomini in compiti quotidiani, come l’accudimento e l’accompagnamento dei figli a scuola, ad esempio. La difficoltà potrebbe essere superata se si facessero ad esempio i prelievi di sangue a casa, o se gli ospedali si attrezzassero per ospitare i figli che le donne portano con sè: dovrebbe essere la società ad adoperarsi per fare in modo che le donne siano più agevolate qualora decidessero di entrare in questi studi.
C’è decisamente una carenza di conoscenza al femminile, anche se questo fenomeno non riguarda solo gli uomini: la cefalea, ad esempio, è studiata più come patologia femminile, così come l’osteoporosi, anche se in Italia ci sono 800.000 uomini che ne soffrono. Il pregiudizio è sia verso le donne, che verso gli uomini. Quando parliamo di medicina di genere intendiamo che la stessa attenzione deve essere rivoltanei confronti di entrambi.

D: I dati ci dicono che le donne usano più farmaci: perchè?

R: Le donne vivono più a lungo, ma si ammalano di più. Le donne poi usano molti farmaci per le malattie muscoloscheletriche, come artrosi, dolori di schiena, patologia che colpisce di più il mondo femminile che quello maschile, forse anche perchè il mondo è costruito intorno all’uomo: l’altezza dei banchi di lavoro è studiata per gli uomini e non per le donne, gli strumenti stessi sono fatti per le mani maschili e ciò porta le donne a soffrire di più di determinate patologie. Per avere una salute di genere è necessario un approccio che consideri anche tutto l’ambiente che sta intorno all’individuo.

D: Esistono delle patologie che presentano delle differenze di genere?

R: Sì. Tutti gli organi sono diversi, esiste un cuore al maschile e un cuore femminile. Le donne, quando presentano un’infarto, hanno sintomi completamente differenti. Quello che si studia a scuola, ovvero il dolore al livello del petto verso sinistra che si irradia al braccio sinistro, è una sintomatologia maschile. Per le donne nella maggior parte dei casi l’infarto non si presenta così: può presentare nausea, vomito, dolore mandibolare, segnali che spesso non vengono riconosciuti in tempo come sintomi di infarto e questo ritardo nella diagnosi provoca la morte di moltissime donne:  ci tengo a far sapere che muoino più donne per malattie cardiovascolari, che per il cancro del seno e le donne stesse non lo sanno, come lo sanno poco anche i medici.

D: Per quanto riguarda i medici: nella formazione universitaria o nei corsi di aggiornamento successivi il genere è tenuto in considerazione?

R: Nei libri di testo c’è un pregiudizio di genere: non si trova mai descritta la stessa patologia al femminile e al maschile. Di conseguenza i medici non conoscono la problematica di genere e non si approcciano in maniera adeguata al femminile. Ttutto cio’ che viene studiato all’università è maschile. Si parla tanto di medicina personalizzata, ma questa non può prescindere dal genree.

D: Ci speigavi che le donne sono state escluse dalla ricerca farmacologiaca per motivi etici. E per quanto riguarda gli uomini invece, non ci sono conseguenze sulla loro procreazione?

R: Per quanto riguarda gli uomini non ci sono state tragedie come è successo per le donne. Si sa però che a livello animale ci sono sostanze che possono modificare la capacità di fertilizzare di un uomo: anche se non ci sono molti studi in merito, questa ipotesi non si può escludere.

Per chi fosse interessato ad approfondire la questione della medicina di genrere, consigliamo di visitare il sito http://www.giseg.org, in cui è possibile trovare articoli in merito, oltre che informazioni pratiche consigli per la salute. Nella sezione eventi poi si potranno trovare le date e le informazioni relative a seminari, conferenze e sulla Summer School che si svolgerà a Sassari dal 19 al 22 di settembre.

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