La recensione: “Finché avrò voce” di Malalai Joya

di Angela

Inauguriamo questo nuovo ciclo di puntate con una recensione del libro Finché avrò voce di Malalai Joya, inviataci e letta ai nostri microfoni da Artemisia, una nostra ascoltatrice che ci scrive da Firenze.

Coraggio: non c’è parola che sintetizzi meglio la personalità di Malalai Joya, una giovane attivista afgana nata il 25 aprile 1978 (data che a noi Italiani non può non suggerire un sapore di riscatto e di libertà). Trascorsa l’infanzia e l’adolescenza come profuga con la sua famiglia tra l’Iran e il Pakistan, Malalai ha insegnato per anni a donne e bambine afgane, sfidando i divieti dei talebani, rischiando di venire colta in giro durante il coprifuoco con i libri nascosti sotto il burqa. Eletta rappresentante della sua regione nella Loya Jirga, la costituente afgana, vi denunciò la presenza di quelli che lei chiama “signori della guerra”, ovvero coloro, al potere già da prima dei talebani, che hanno causato la guerra civile e hanno compiuto efferate violenze e sopraffazioni, violenze che purtroppo, con la complicità dei paesi occidentali, proseguono ancora oggi con il governo di Karzai, salvo una verniciatina di apparente democrazia.
Nel 2005 Malalai Joya è stata eletta anche al parlamento da dove però è stata espulsa due anni dopo a causa delle sue audaci denunce. Scampata a numerosi attentati alla sua vita, è costretta a vivere sotto scorta, ma non per questo si arrende nella sua lotta per una vera democrazia.

L’instancabile Malalai Joya ha portato la sua testimonianza in tutto il mondo, ha vinto premi, ma ancora oggi non si può permettere di prendere un gelato con una amica senza temere di essere riconosciuta o peggio ancora aggredita da chi vuol far tacere la sua scomoda voce.

Il libro “Finché avrò voce” soffre di uno stile letterariamente un po’ povero tanto che sembra quasi un lungo e appassionato comizio, ma è molto coinvolgente e fa capire tante cose che i media occidentali non dicono su questo sfortunato paese che è l’Afganistan.

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