DASPU – La moda che non ti aspetti

di Angela

Nella puntata di venerdì scorso abbiamo parlato della storia del brand Daspu. Come avete ascoltato dalla nostra intervista, non si tratta di una storia comune: questo progetto nasce in Brasile e prende le mosse dalla strada, poiché è di donne di strada che stiamo parlando.

Daspu, contrazione del portoghese das putas (“dalle puttane”), è un brand di moda brasiliano, nato nel 2005 all’interno di Davida, un’organizzazione non governativa co-fondata nel 1992 dalla ex-prostituta Gabriela Silva Leite – che da ragazza ha abbandonato gli studi universitari e per vent’anni si è prostituita sui marciapiedi delle città brasiliane – e dal suo compagno Flavio Lenz. Davida, nome che sta per il portoghese mulheres da vida ovvero “donne di vita”, si occupa in Brasile della difesa dei diritti dei sex workers, del loro sostegno psicologico e della prevenzione di malattie a trasmissione sessuale. Il progetto ha però anche un obiettivo a lungo termine, ovvero quello di promuovere il pieno riconoscimento dal punto di vista legale del mestiere della prostituzione e di tutto ciò che lo riguarda.

Da anni Davida si batte per il miglioramento dello status sociale delle prostitute, tramite la lotta alla loro discriminazione e ghettizzazione culturale: motto della campagna, di cui Daspu è diventato il logo fashion, è “ser puta é legal” . Anche se, secondo le leggi in vigore in Brasile, la prostituzione in sé è legale (ma illegale è lo sfruttamento della prostituzione), manca tuttavia ogni tutela per le prostitute, che dunque pretendono leggi adeguate a garantire loro assistenza e, in futuro, una pensione. L’associazione è diventata nel frattempo un network per l’intero Brasile, che conta più di 20.000 membri tra prostitute ed ex prostitute, ed è supportata dal Ministero della Salute brasiliano. Nel 2002 Davida è riuscita, dopo una costante pressione sul governo, a far approvare l’inserimento della prostituzione tra i lavori ufficialmente riconosciuti dalla legge dello stato. Il passo successivo è stato richiedere precise leggi in materia che regolamentassero daspul’aspetto economico, sociale e sanitario del mestiere, secondo il modello tedesco. In quell’occasione la proposta di legge non è passata: la sua approvazione avrebbe significato migliori condizioni di lavoro e assistenza sanitaria per chi scelga di lavorare sulla strada, maggiore tutela per le prostitute e una concreta possibilità di arginare la diffusione delle principali malattie a trasmissione sessuale e prevenire il contagio. Non avendo avuto riscontro in materia legislativa, Davida ha puntato così sul brand Daspu e sulla comunicazione, facendosi conoscere in brevissimo tempo in tutto il Brasile e anche oltreoceano. La produzione iniziale del marchio Daspu riguardava principalmente t-shirt di attivismo, e successivamente si è estesa agli accessori (quali borse e scarpe, ma anche preservativi), e all’abbigliamento in generale. Tratto distintivo delle collezioni sono i top coloratissimi e  gli shorts, bikini e t-shirt con il logo di Daspu, che intendono riproporre proprio lo stile delle donne di strada, filtrato da una vena di ironia disincantata e schietta, come nelle frasi stampate sulle t-shirt (“Lost Women are the Most Wanted”, “Before the Show, Tune Your Instrument” e “We’re Bad, but We Could be Worse”) . La particolarità delle passerelle di Daspu è anche un’altra: a sfilare infatti non sono le modelle professioniste, ma le professioniste del mestiere. Protagoniste indiscusse della sfilata sono infatti proprio le prostitute. Transessuali e donne dai corpi floridi, con più di un filo di cellulite e capelli e make up lontani dalla perfezione eterea delle passerelle “ufficiali”, modelle non più giovanissime, si alternano disinvolti sulla passerella. Il nome Daspu vuole essere inoltre una presa in giro di Daslu, famosissimo shopping center extralusso di San Paolo. Il direttivo di Daslu era giunto a richiedere legalmente a Daspu di cessare l’uso del nome entro breve tempo, ma fu successivamente coinvolto in uno scandalo di evasione fiscale, che ha per forza di cose portato in secondo piano la questione. Nel 2006 Davida ha assunto per il brand Daspu la fashion designer Rafaela Monteiro, e di lì a poco alcuni modelli Daspu sono comparsi sulle pagine di Vogue Brasil. Nel 2008 Daspu ha presentato le sue collezioni in contemporanea con la fashion week di San Paolo. Nel mese scorso ha concorso per il Prêmio de Cultura do Estado do Rio. Le collezioni sono realizzate grazie alla collaborazione con i giovani studenti di fashion design dell’università di Belo Horizonte. Durante la puntata abbiamo intervistato Valentina Monti, documentarista che nel 2010 ha girato in Brasile un documentario proprio su Daspu, dal titolo “Daspu Putas pret-à-porter” e ci ha raccontato qualcosa in più su queste donne che ha avuto la fortuna di incontrare, e sul modo in cui abbiano intrapreso e interpretato la scelta di vivere prostituendosi: è fondamentale infatti comprendere che, come ci dice Valentina, DASPU non nasce con lo scopo della redenzione delle prostitute, ma ha come fine la loro tutela in quanto sex workers. Nei suoi ormai sei anni di attività, Daspu è diventato, oltre che un brand conosciuto nella città brasiliana, anche un fenomeno di costume, nonché motivo di studio di una ricerca dell’università di Belo Horizonte, che cerca di spiegarne l’improvviso e inatteso successo. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le clienti più fedeli al marchio sono proprio le signore della media e alta borghesia, attratte con ogni probabilità dall’alternativa di uno stile meno austero e più fantasioso.

Il progetto di Davida trae dal fashion business la possibilità di una grande visibilità e di autofinanziarsi, ma non si ferma qui. Ha radici profonde e obiettivi molto lontani. Uno su tutti il sostegno e il riscatto, emotivo ma anche reale, di quelle che sono considerate le ultime donne del Brasile.

La redazione

In alto alcune immagini dagli show di Daspu durante alcune fashion week, e una still dal documentario realizzato da Valentina Monti, “Daspu. Putas pret-à-porter
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