gODDESSES – we believe we were born perfect

di Komorebi

La recensione di gODDESSES-we believe we were born perfect è a cura della nostra ascoltatrice Cinzia Farina

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gODDESSES-we believe we were born perfect
2010 – Beta SP – Color – 75′
Regia : Sylvie Cachin
Versione originale: inglese/afrikaans/xhosa/’nu
Svizzera/Sudafrica 


Quella che ci offre il documentario di Sylvie Cachin è la storia di alcune dee contemporanee.
Nel nuovo Sudafrica ci sono donne che si riappropriano della loro vita lottando contro la violenza tra i sessi, largamente diffusa nel paese, e  la loro battaglia sta producendo una sottile decolonizzazione nell’arte, nella storia e nella società. 
A guidare lo spettatore sulle tracce della storia del corpo delle donne nere, schiavizzato, abusato, immolato, e finalmente riscattato è Mamela Nyamza, ballerina-coreografa, che allarga i confini della propria arte e disegna un filo rosso che collega diverse storie.

Tra il gennaio e il giugno 2010 la regista viaggia in Sudafrica e incontra, conosce e intervista alcune di quelle che lei stessa definisce le donne del nuovo Sudafrica e che la introducono a  comprendere in cosa consista il femminismo sudafricano del dopo Apartheid. 

Negli ultimi anni le donne di questa nazione stanno finalmente riuscendo a ri-occupare un ruolo importante nella società, e appellandosi alla società, pacifista, non etero-normativa, matriarcale riportano alla luce alcuni aspetti della società matriarcale che caratterizzavano molte aree dell’Africa precoloniale .

Il documentario si sviluppa attraverso i racconti, la storia, la vita e le opere di quattro donne per certi versi comuni, ma sotto molti aspetti decisamente speciali.


Incontriamo  Yvette Abrahms, una storica che ha dedicato la sua attività accademica alla riscoperta e alla valorizzazione della figura di Sarah Bartmann, personaggio chiave nello studio della storia del colonialismo europeo in Africa; Ndumie Founda un’attivista per i diritti degli omosessuali che si occupa in particolare del sostegno alle donne lesbiche vittime di quelli che vengono chiamati “stupri correttivi” e che costituiscono una terribile realtà nella già difficile vita nelle township; la già citata Mamela Nyamza famosa coereografa e danzatrice che nelle sue opere affronta i problemi delle donne africane, Ouma ‘Una Roi, anziana indigena che, a causa dell’imperialismo aggressivo attuato dai bianchi, fu obbligata a lasciare la sua terra natale per trasferirsi in città.

Goddeesses offre una panoramica della questione femminile in questa nazione e mostra alcune delle difficoltà che le donne sudafricane affrontano quotidianamente per l’affermazione dei loro diritti. 

La questione del genere viene indagata in tutta l’opera, ma in particolare ce ne viene dato uno spaccato attraverso le parole di  Ouma ‘Una Rooi (ultraottantenne appartenenete all’etnia Khoi), grazie a cui si scopre come, prima dell’arrivo degli europei e in modo particolare del cristianesimo, per le popolazioni indigene la questione del sesso, inteso appunto come genere, fosse indifferente. Uomini e donne erano considerati uguali e anche l’omosessualità era perfettamente accettata e considerata naturale.

Un’opera interessante permette di immedesimarsi e di confrontarsi con una realtà che troppo spesso ci appare lontana ma che ha molti punti in comune con quella delle donne europee, e che soprattutto mostra come non sempre la modernità sia portatrice di diritti e uguaglianza.

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