Cult – Between the lines

di Komorebi

La rubrica Cult di questa settimana è stata curata dalla nostra ascoltatrice Cinzia Farina.

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Il film indaga una realtà “tra le righe”; tra le righe della sessualità indiana, oltre al maschile e al femminile, vi è infatti una terza realtà: quella degli hijras, gli eunuchi che da secoli vivono ai margini della società indiana. 
Per fare questo il regista Thomas Wartmann è disceso negli ‘inferi’ di questa realtà, in alcuni degli slam più poveri di Mumbay.
Il regista si affida alla sensibilità ed empatia della fotografa indiana Anita Khemka, che da tempo è riuscita ad introdursi, a conoscere e fotografare queste persone. Quello che ne risulta è un ritratto delicato e poetico di questo frammento della società indiana.

Conosciamo così realtà diverse tra loro, dietro a un trucco pesante e vistoso, ed abiti in technicolor.
Nella società induista queste hijras, infertili, sono le custodi della dea della fertilità.
Rappresentanti di antichi splendori della società indiana, sono ormai costrette a vivere di elemosina e prostituzione aggirandosi per strada accompagnandosi col suono di un ritmico battere di mani, che a seconda dei casi è un benevolo accompagnamento alle benedizioni che impartiscono, o un minaccioso suono di iettatura.

L’occhio del regista si sofferma su Asha, Rambha e Laxmi, raccontandoci le loro storie, i loro sogni, desideri, modi di vita. Apprendiamo che le hijras sono prevalentemente castrate e che, lasciate le loro famiglie, vivono in comunità regolate da una rigida gerarchia, ma in un ambiente umano di grande solidarietà reciproca. I gruppi di hijras sono formati da un guru (maestro) e da alcune chelas (discepole). Tra loro si stabiliscono dei veri e propri legami di tipo familiare, si sviluppa una comunità e una solidarietà che permette di affrontare la difficile vita in società. Difficilmente, infatti, le hijras hanno la possibilità di formare una propria famiglia o perfino di trovare un lavoro.

Capaci di sentimenti drammaticamente intensi, dell’amore più tragico e incondizionato, difendono gelosamente la loro unica libertà: non essere né uomo né donna.
E’ un peccato però che il film tralasci quasi completamente le motivazioni culturali e storiche conducono al divenire hijras.

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