Di biancanevi e supereroi, ovvero: riflessioni sul carnevale

di Komorebi
http://www.guidaprodotti.com/abbigliamento/costumi-di-carnevale.html

Fonte foto qui

Siamo in periodo carnevalesco e oggi, durante una festa con una sessantina tra bambini e bambine delle elementari, non ho potuto fare a meno di notare l’enorme differenza tra i costumi delle bambine e quelli dei bambini. La differenza era già percepibile anche solo a livello di colore: rosa in varie tonalità e tessuti per le prime, verde, blu, rosso, giallo, arancione, nero per i secondi. E i costumi veri e propri? Quello che andava per la maggiore era la principessa,  con bambine piccolissime – adornate di corone e diademi –  che correvano cercando di tenere a bada la gonnellona che ne intralciava i movimenti e facevano moine e inchini; da annoverare anche molti costumi da Biancaneve e diverse streghe. Per i maschi invece la varietà era enorme: power rangers, uomo ragno, pistolero, militare, cavaliere con scudo e spada, karateka, zorro, batman, spadaccini, calciatori, mostri… Se alcune bambine poi si divertivano  a provare la maschera dell’uomo ragno o del power ranger dei loro compagni, era impossibile il contrario: alla sola idea di mettere un cerchietto con un fiocco in testa, i bambini correvano via a dir poco stizziti.

Certi stereotipi sono evidentissimi sotto i nostri occhi, ma non ce ne accorgiamo. Qualcuno potrebbe chiedersi che importa se ad una festa un bambino si veste da supereroe e una bambina da principessa. Importa, eccome.
Come ci ha raccontato in questa puntata Irene Biemmi, assegnista di ricerca presso la facoltà di Scienze della Formazione di Firenze – che ha analizzato i testi di 10 case editrici per valutare quali messaggi veicolano a chi siede sui banchi di scuola – in una parte delle sue analisi ha analizzato quali professioni e ruoli venivano narrati nei sussidiari a seconda dei generi: se i maschi erano rappresentati come inventori, scienziati, astronauti, re, principi, stregoni, le rappresentazioni femminili erano grosso modo limitate alla mamma, la principessa, la strega e la maestra. Le figure di identificazione che offriamo a bambini e bambine fin dalla più tenera età sono uno strumento fondamentale per la costruzione della loro personalità e creano in loro un ventaglio di possibilità in cui crescere e svilupparsi: le possibilità offerte alle bambine sono molto limitate, rispetto a quelle offerte ai bambini. Pensate ai vostri bambini e ai loro costumi e giochi preferiti, pensate cosa stanno giocando a fare, quale ruolo interpretano, e poi pensate alla presenza di uomini e donne in determinate professioni o posizioni di maggiore o minore rilievo all’interno della società: il collegamento è lampante.

A questo proposito vi segnaliamo l’intervista a Federica Zanetti del CSGE di Bologna, che un anno fa ci ha chiarito cosa si intende per educazione di genere, aiutandoci a individuare quei comportamenti, generalmente ritenuti innocui e neutri, che attuati tanto dai genitori quanto dalle insegnanti, educano bambine e bambini differentemente.
Tornando alla festa di oggi, che effetto vi avrebbe fatto se vi avessi raccontato di una festa (o un mondo) in cui le principesse si salvano da sole e i supereroi non si vergognano di piangere?

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5 commenti to “Di biancanevi e supereroi, ovvero: riflessioni sul carnevale”

  1. ecco, proprio oggi sono capitata su questo link… festa diversa, stessi problemi di stereotipi di genere inculcati da adulti agguerritissimi…

    http://jezebel.com/5954457/watch-strangers-tell-a-little-boy-in-a-costume-store-that-he-cant-be-a-princess-for-halloween?tag=genderal-interest

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    • un amico oggi mi diceva che il problema non sono tanto i giochi che fanno, quanto la predisposizione ad educarli in un certo modo, come a dire che il problema non è l’effetto ma la causa…
      C’è da dire che il fatto di trovare in un negozio costumi (o giochi) così divisi per maschi e femmine indica già lo spazio limitato in cui far muovere la tua fantasia e se un bimbo o una bimba vogliono uscire dagli schemi, c’è subito qualcuno (le osservazioni degli adulti o le prese in giro dei piccoli) o qualcosa (la divisione sessuata dei giochi, i colori che dicono cosa è per te e cosa no) che ti richiamano all’ordine. Non è facile essere liberi con delle categorizzazioni così forti, anche a fronte di una famiglia che si impegna (e la fatica credo sia tanta) a dare un’educazione il piu’ libera possibile dagli stereotipi.

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      • Sagge parole. Non è facile andare contro gli stereotipi da adulte, figuriamoci da bambine. Anch’io sognavo il costume da damina (che i miei non mi hanno mai comprato ma per motivi economici). E dalla parte delle mamme c’è sempre la paura di creare dei traumi psicologici. Le capisco.

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  2. quando mia figlia era piccola (ora ha trentasei anni!) e quando era piccolo mio figlio che ora ne ha ventisei, non c’era la separazione netta di colori (mille sfumature di…rosa) e ruoli nei giocattoli. O meglio era stata in parte superata dalle battaglie e dalla cultura dei movimenti femminili e femministi che chiedevano pari opportunità fra bambine e bambini. Noi giovani mamme leggevamo “dalla parte delle bambine”. Come nonna giro allibita fra reparti e reparti di bambole, figure, vestiti scarpe rosa e comunque noto una separazione netta che definirei pre-anni settanta. Ho letto qualche cosa in proposito che rivendica, dopo l’ondata no ai ruoli prefissati, di nuovo una specificazione e affermazione del femminile, una sana affermazione delle differenze, una salvaguardia della personalità di bimbe e bimbi dopo le confusioni del passato. A me sembra solo un tornare indietro, anche qui, come in tante altre conquiste. O sbaglio’

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    • Cara Laura, grazie per le tue riflessioni e i tuoi ricordi. E’ proprio così: su molte cose si torna indietro e la forte ri-genderizzazione di questi anni ne è la prova. Questo riguarda non solo i giocattoli, ma anche ad esempio la letteratura per bambin+ e adolescenti. Ricordo tutta la collana gaia junior che proponeva figure femminili forti, o comunque in grado di torvare in se stesse la forza necessaria a superare gli ostacoli che la vita poneva loro davanti. Pensiamo invece a fenomeni editoriali quale Twilight, in cui la “Bella” di turno ama un essere dotato di forza sovrumana, denaro e fascino, che potrebbe potenzialmente ucciderla: oltre ad essere una storia trita e ritrita che ripropone i classici ruoli di genere, viene raccontato anche un amore potenzialmente mortale. E noi, quando commentiamo le notizie di femminicidi, puntiamo sempre il dito contro sul fatto che le parole “amore” e “morte” non devono stare nella stessa frase.
      A questo proposito ti consiglio l’intervista con Loredana Lipperini che puoi trovare qui

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