La persona e il sacro – Simone Weil

di Komorebi

Pubblichiamo la recensione ad opera di Francesca Bertolani de “La persona e il sacro” di Simone Weil. Qui trovate la puntata in cui Francesca, ospite in studio, ci ha raccontato più approfonditamente la vita e l’opera di questa filosofa francese.

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Simone Weil, filosofa, attivista e mistica francese, contamina le teorie marxiste, di cui critica il materialismo, con echi platonici, pascaliani e kierkegaardiani e salda il suo percorso spirituale a quello esistenziale, scegliendo di esplicitare il suo pensiero più attraverso pratiche di vita accanto agli oppressi che attraverso l’opera scritta, comunque complessa e del tutto originale. Vorrei portare all’attenzione un breve e concettualmente denso saggio, che affronta il delicato rapporto tra persona, collettività e impersonale, tra diritto e giustizia. Ne “La persona e il sacro”, la Weil contesta la sacralità della persona, intesa come concetto astratto, affermando che la sacralità è in ogni singolo uomo, anima e corpo. L’attesa del bene è ciò che è sacro in ogni essere umano. Il grido che il male inflitto suscita sorge per la sensazione di un contatto con l’ingiustizia attraverso il dolore, che non è una rivendicazione personale, quanto una protesta assoluta, oltre la persona, impersonale, che richiede per la ricezione da parte delle istituzioni pubbliche, a vario grado, autentica garanzia di libertà di espressione e non giochi di potere e propaganda. Dunque, ciò che è impersonale è sacro. Non la scienza e l’arte sono sacre, ma la verità che è nella scienza e la bellezza che è nell’arte. Verità e bellezza sono impersonali: la perfezione è impersonale ed i mistici vanno oltre l’io, per quanto il noi sia più pericoloso. Il passaggio nell’impersonale si opera solo mediante un’attenzione di qualità rara, che richiede solitudine morale. Gli uomini in collettività non hanno accesso all’impersonale: il personale si oppone all’impersonale, eppure dall’uno all’altro vi è passaggio, mentre la collettività è puramente astratta, e la persona vi sprofonda, come in un gelido tumulto, quando invece l’essere umano ha bisogno di un caldo silenzio. Il soddisfacimento delle aspirazioni umane, si tratti della vita pubblica, dell’arte o della scienza, pare erroneamente dipendere dalla considerazione sociale che si è in grado di conquistare come persona singola o collettiva. Così, al mediano livello di persona, corrisponde il mediano concetto di diritto. La nozione di diritto è legata a quella di spartizione, di quantità, si regge su un tono di rivendicazione, il diritto è per natura dipendente dalla forza. Nel mito greco è presente, invece del diritto, la giustizia che consiste nel vigilare che non sia fatto del male agli uomini e prescrive l’eccesso di amore. Il diritto rende impossibile la carità. La sventura è di per sè inarticolata, non possiede le parole per esprimersi, parole che troppo spesso sono appannaggio degli uomini che formulano le rivendicazioni del diritto detenendo il monopolio del linguaggio, categoria di privilegiati, che illusoriamente proiettano la cessione di parte del loro privilegio come miraggio per le masse, ma il privilegio è per definizione impari. Il possesso di un diritto implica che se ne possa fare un uso buono o uno cattivo: il diritto è dunque estraneo al bene. L’amore della giustizia si accompagna invece sempre all’umiltà. Così, l’autentico genio non è altro che la virtù soprannaturale dell’umiltà nell’ambito del pensiero. Tra verità e sventura vi è un’alleanza naturale, poichè entrambe sono supplici mute. Ogni spirito prigioniero del linguaggio è capace di sole opinioni, enuncia limitate relazioni, ogni spirito capace di cogliere pensieri inesprimibili a causa della moltitudine di rapporti che vi si combinano è invece spirito di verità e giustizia, cioè quella particolare specie di attenzione che è puro amore. Giustizia, verità e bellezza sono sorelle ed alleate: con tre parole così belle, è inutile cercarne altre. Sono parole scomode, che non diventano menzogna solo se congiunte ad azioni conseguenti, e necessiterebbero di istituzioni di ordine superiore atte a proteggerle. L’attualità del grido di Simone Weil risiede nella responsabilità di assumere un orientamento in discontinuità con concezioni ideologiche e politiche in apparenza contrastanti, ma tutte riconducibili ad una sottile quanto potente forma di oppressione, così complessa e ramificata da sfregiare il sacro.

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