La femminilità esiste?

di Komorebi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Ciao a tutte. Ho sempre avuto grosse difficoltà a definire la femminilità e ad oggi non ci sono ancora arrivata. Nella nostra società è legata a concetti come delicatezza, accoglienza, gentilezza… robe da donna angelicata insomma. Già un tacco 12 di vernice non è esattamente femminile, ma un po’ da baldracca… Sempre per stare nella dicotomia santa/puttana legata alla nostra cultura.Mentre piegavo i panni asciutti – rigorosamente non stirati – ho avuto un guizzo interno alla domanda di Mari, dell’ultima puntata (questa, NdR): “La femminilità esiste?” e mi sono precipitata qui a scrivere, che di solito mi aiuta a riflettere.

Mi son chiesta cosa è considerato femminile nelle società tribali (termine generico, me ne rendo conto), in cui magari le donne non vestono il ruolo di prede, ma di potere.

Penso che noi occidentali possiamo definire con facilità “femminile” quello che nei media ci è stato propinato come tale, pur variando le mode.

Penso che quando si parla di maschile e femminile si entri nel campo dell’attrazione fisica. E l’attrazione è qualcosa che, a ben scavare, non è affatto standardizzato secondo dei canoni estetici che ci vengono propinati. E forse chi non prova attrazione per il modello di “lui” o di “lei” di riferimento, si sente anche in imbarazzo nel palesarlo. Ad esempio: “Mi piacciono le donne pelose, le donne grasse, gli uomini che puzzano, i nasi grossi, l’uomo effemminato, ecc” sono attrazioni sconvenienti per la nostra società o perlomeno degne di sospetto. Meglio tacere.

Tornando alla femminilità, se esiste o meno, ancora non lo saprei dire, poiché de gustibus non disputandum est. Il “maschio” ha come caratteristica la forza e la “femmina” l’accoglienza? Come si sposa la nostra umanità con questa definizione legata alla mera biologia? Se parlare di maschile e femminile ha a che fare, oltre che con essenze ancestrali, anche con l’attrazione fisica e quest’ultima è assolutamente personale, come si fa a definire un modello assoluto di femminilità? O di mascolinità?Mi piacerebbe trovare dei testi a riguardo.

Ho buttato giù tutto un po’ di getto, ora torno a piegare i panni.

Buone vacanze, ragazze!

E mille grazie per il vostro prezioso lavoro.

V.

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3 commenti to “La femminilità esiste?”

  1. La femminilità è una costruzione culturale, altra cosa essere donne. Lo ha scritto nel 1966 fa Betty Friedan nel suo saggio più importante “La mistica della femminilità”(The Feminine Mystique), risultato di una accurata indagine sulle donne della sua generazione, con interviste a donne casalinghe ed ex compagne dello Smith College. Attraverso la sua ricerca tenta di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rende infelici, depresse e predisposte all’abuso di alcol e psicofarmaci le donne americane degli anni sessanta.
    Secondo la Friedan, questo problema è il risultato di un inganno che prende il nome di mistica della femminilità, a causa della quale milioni di americane hanno rinunciato ai loro sogni di realizzazione professionale, per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga. I risultati statistici confermano infatti che, alla fine degli anni cinquanta, l’età media del matrimonio era scesa a 20 anni e stava ancora scendendo a 17-18 anni negli anni Sessanta. La frequenza al college si era ridotta al 35% mentre nel 1920 la percentuale era del 47%…
    La mistica della femminilità è quindi un deliberato progetto di persuasione e condizionamento che ha portato milioni di americane a segregarsi nei suburbi residenziali americani.
    Questo libro è anche tanto altro; a tante di noi, a suo tempo, ha fatto spazio nella testa. Ci ha fatto pensare diversamente. Pina Nuzzo

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    • Grazie Pina per avero citato un libro che ha ancora tanto da dire in questo presente in cui la crisi economica e la difficoltà di realizzazione professionale fanno pensare a tante donne che, potendoselo permettere, saranno più felici dedicandosi alla famiglia piuttosto che trascorrere le proprie giornate venendo sfruttate in lavori sottopagati, alienanti, senza prospettiva alcuna e/o in ambienti di lavoro con scarsa umanità. Come ha scritto la nostra ascoltatrice Veronica, commentando il ciclo di puntate dedicato alla maternità:

      Il concetto (ammirevole) di decrescita spesso ricade sulle spalle delle madri che si ritrovano sole a casa a gestire la prole e ad autoprodurre senza essere pagate in denaro per farlo. Occorre quindi che la decrescita sia a) una scelta non obbligata e b) affinché sia così, occorre che vada di pari passo con dei supporti economici concreti alla maternità e al reinserimento al lavoro delle mamme. La maternità, così pompata dalla nostra cultura come il modo migliore di realizzarsi – solo per le donne of course – rischia talvolta, per mancanza di altre prospettive, spesso lavorative e di realizzazione personale, di essere una meta agognata e anche un punto d’arrivo, anziché un passaggio non obbligato e scelto invece con consapevolezza. Quasi a dire “faccio un figlio perché così avrò una riconoscibilità sociale che non posso avere in altri ambiti”. Peccato che i figli crescono e avranno sempre meno bisogno di noi. Occorre accorgersene presto, per poterli lasciare andare e per non appigliarsi a questo ruolo come unica fonte di realizzazione.

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