Cult – Virgin Tales

di Komorebi

La terza stagione è finita, ma il blog non va in vacanza!
Per la rubrica Cult Cinzia Farina ha recensito “Virgin Tales”, documentario sulla castità prematrimoniale negli USA.

Buona lettura!

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Virgin Tales 

Directed By: Mirjam von Arx

(France, Germany, Switzerland, 2012, 87 mins, HDcam)

Dare il primo bacio sull’altare? Fare andare avanti veloce evitando le scene di sesso dei film? Virgin Tales: lifestyle of a modern American Evangelical family…O viaggio nel nuovo integralismo cristiano?

Il valore della verginità è una costruzione religiosa e culturale da sempre utilizzata allo scopo di controllare e regolare i rapporti sociali. Anche oggi. Chi associa a questo delicato tema i delitti d’onore che si consumano ad esempio nei paesi islamici radicali o tra gli ebrei ultra-ortodossi è in errore. Il culto della verginità sta vivendo un boom di popolarità anche nelle cosiddette nazioni occidentali avanzate.

Visto in competizione per l’ Appellation Suisse al 65° Festival di Locarno, Virgin Tales è un interessante e contemporaneamente agghiacciante documentario di osservazione di un fenomeno sempre più rilevante e con importanti implicazioni politico-sociali. La pellicola mostra la “nuova rivoluzione sessuale” avviata dai cristiani evangelici: la castità appunto.

Aderendo a questo movimento in controtendenza rispetto al costume della società contemporanea, oggi negli USA una ragazza su otto si impegna a restare “pura” fino al matrimonio.

La regista elvetica Mirjam von Arx e la sua troupe (tutta al femminile per “non turbare l’equilibrio famigliare”) ha dedicato oltre due anni al progetto raccontando questo mondo dall’interno. Il documentario segue la vita quotidiana della famiglia Wilson, una delle prime e più vigorose aderenti al movimento evangelico …al punto da estremizzare il concetto di castità prematrimoniale fino a sostenere che anche il primo bacio vada scambiato solo sull’altare.

Bianchi, convinti sostenitori della supremazia USA, pronti a difendere le politiche del proprio paese vestendone l’uniforme e allo stesso tempo avversari della “ingerenza” dello Stato nell’educazione dei figli, i cristiani evangelici sono, fra le varie confessioni protestanti, quella in maggiore ascesa, che ha ormai raggiunto quasi un quarto della popolazione statunitense. Tra le convinzioni che li caratterizzano spicca l’adesione a un modello culturale non così dissimile dagli integralismi di altre religioni tanto osteggiati. Per i cristiani evangelici uno dei valori fondamentali da coltivare e proteggere è quello della verginità e dell’astinenza sessuale fino al matrimonio, e una delle ingerenze statali che ritengono tra le più inaccettabili è l’insegnamento dell’educazione sessuale che avviene nelle scuole.

Non a caso molti dei cristiani evangelici praticano l’home-schooling: i figli vengono scolarizzati a casa, spesso dagli stessi genitori, selezionando accuratamente gli argomenti non solo in materia di sessualità, ma anche di educazione civica, diritti civili e origine del mondo. Lontano dal pensiero indipendente e critico, lontano da relazioni sociali con persone che non appartengano alla stessa chiesa.. Immersi invece in una realtà in cui Darwin, l’evoluzionismo, o il femminismo non hanno alcuna menzione! Agghiacciante quando Lisa, la signora Wilson, parlando delle lezioni che impartisce ai figli, ammette di non conoscere l’algebra, ma “dio farà il suo lavoro e aprirà i cuori dei bambini affinché possano impararla”.

La pellicola è capace di mantenere uno sguardo neutro e libero da pregiudizi. Lo spettatore invece non può restare indifferente davanti a tante contraddizioni: dall’essere intrappolati nella moderna società dei consumi ma perpetrando modelli di ruoli medievali, all’attribuire valore agli affetti sulla base delle cifre spese per i figli, dal perbenismo dei corsi di bon-ton per ragazze, all’odio intollerante per il diverso.

I Wilson sono nove: papà Randy, pastore e direttore del Family Research Council, mamma Lisa, felicemente moglie e madre a tempo pieno, e sette figli, cinque femmine e due maschi. Visitandoli nella loro casa “straordinariamente perfetta” di Colorado Springs viene rivelata la loro ossessione per i riti che scandiscono tutto il loro menage. Ai Wilson si deve l’invenzione dei Father-Daughter Purity Balls nel 1998. Costose serate di gala durante le quali le figlie in abito da sera ballano con i propri padri in smoking. Non si tratta del debutto delle diciottenni in società, ma di un rito consumistico-simbolico terribilmente Freudiano. La cornice è di regola qualche prestigioso albergo, le protagoniste sono le figlie, per lo più ancora bambine (si può partecipare a partire dall’età di 4 anni!) e anziché sancire l’ingresso della ragazza nell’età adulta, il Purity Ball vede i padri pronunciare il solenne giuramento di “proteggere la fanciulla nelle sue scelte di purezza” mentre le figlie si impegnano davanti a Dio a vivere una vita pura e casta fino al matrimonio, deponendo una rosa bianca ai piedi di una croce.

Virgin Tales rivela una società fortemente controllata dagli uomini, in cui alle figlie si insegna che possono trovare il vero compimento solo nel matrimonio e nel figliare. È tristissimo sentire Jordyn -una delle figlie ventenni- dire che non è andata al college perché sarebbe uno stato “spreco di denaro”, dal momento che lei vuole solo essere una moglie e una madre.

Personalmente ho provato un certo disagio davanti all’usanza medievale di matrimoni combinati entro caste chiuse (tale è  presso gli evangelici: i mariti delle sorelle Wilson sono tutti militari di carriera e hanno contattato Randy  tramite una sorta di network religioso per chiedergli il permesso di conoscere le sue figlie), o nel rapporto padre-figlia a tratti morboso, quasi a coltivare fino all’età adulta il complesso di Elettra! O ancora nella mentalità “crociata” che contribuisce a rendere gli evangelisti inclini all’arruolamento nelle fila dell’esercito USA. Nel film, ad esempio, si assiste a una sorta di iniziazione, l’ennesimo rito di famiglia, nel quale il più piccolo dei Wilson maschi riceve l’investitura tra i membri adulti della famiglia e annuncia il proposito di candidarsi per l’accademia di West Point.

Quella dei Wilson è una famiglia in cui non si vedono dimostrazioni di affetto genuine ma sempre dei monologhi, dei pubblic speech verbosi e ripetitivi, più simili alla sceneggiatura di una serie televisiva che al calore famigliare. Ne emerge un quadro di totale  mancanza di spontaneità: la vita, la casa, le abitudini dei Wilson paiono essere uno spot promozionale sul conservatorismo, i valori militari, la religione, l’amore di dio che provvede a tutto, il controllo del buon padre di famiglia.  I Wilson sono una vetrina di autopromozione del movimento della purezza, “sorta di Jackson 5 della verginità” come dice qualcuno.

Virgin Tales colpisce proprio perché non è mai manipolatorio o sleale: la von Arx invece dà conto integralmente della vita di questa famiglia, documentando le peculiarità dei loro convincimenti in materia di morale. Il risultato è un documentario sincero senza l’intenzione di esasperare la realtà (che però sembra sfiorare la fiction!), racconta la visione di un’America provinciale, bigotta, ignorante, razzista e guerrafondaia. Non è un mistero che i cristiani evangelici costituiscano l’ossatura del Tea Party e sostengano i candidati più conservatori e radicali della destra repubblicana americana. Fortemente rappresentati nel governo influenzano ormai in modo significativo politica statunitense ma anche nella vita quotidiana di un’Europa che si tende a pensare laica e progressista ma nella quale già sono arrivati (in Finlandia, per la precisione, ma richieste sono giunte ai Wilson anche da Gran Bretagna, Germania e Francia) i Purity Balls.

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