Cult – La cuoca del presidente

di Komorebi

Per la rubrica “Cult” Francesca Bertolani ha recensito “La cuoca del presidente“, buona lettura!

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Questa graziosa commedia francese già dal titolo farebbe presagire i caratteristici stereotipi di genere: la donna in cucina, l’uomo in politica, la donna subalterna all’uomo. In realtà il film è multiprospettico, si può leggere anche con l’ago e il filo di piani più profondi interrelati, e per certi aspetti ribaltati rispetto alle considerazioni iniziali: la donna nutre il Presidente Mitterand, attraverso la sua offerta culinaria, attualizzando la rievocazione del suo stesso passato. Riuscendo a farsi ricevere per dialogare dei cibi desiderati, la donna interrompe lo spaziotempo della diplomazia ed apre un varco nella dimensione pubblica dell’illustre politico, riportandolo non solo alla dimensione privata, ma anche ai sapori antichi dell’infanzia. Cuoca dal carattere forte come la collana attorcigliata che sempre indossa, Hortense riesce a farsi valere nell’ambiente maschile delle guardie e dei cuochi del palazzo presidenziale, oltre che a formare i giovani aiutocuochi, anch’essi uomini, che la affiancano in una raffinata sinergia orchestrale, di cui è lei la protagonista. Pur nella ferma dedizione verso il suo lavoro, Hortense è consapevole dei suoi limiti in relazione alle mutate esigenze del suo prestigioso Cliente e dei costi che la sua cucina di qualità implica: Hortense, il cui nome delicato vede un corrispettivo nella curata raffinatezza dei suoi piatti, non manca comunque della determinazione per andare molto lontano, e ricominciare da capo. Hortense ci restituisce l’immagine di una donna che sa il fatto suo, pratica, temprata dalle sfide della vita, la cui malinconia, che a tratti fa capolino come una cucina spoglia, si incanala ben presto nel sorgere di nuova energia creativa. Mi ha avvicinato alla visione del film la curiosità di un punto di vista inconsueto sugli anni Ottanta, non droghe, non yuppies, ma una donna di mezz’età avvezza alla vita francese di provincia a contatto con la natura, il cui destino converge a Parigi, e non la solita Parigi, ma già dalle prime inquadrature, l’altolocato e protettivo recinto dell’Eliseo. Un punto di vista inconsueto anche rispetto a quello della tormentata donna di mezza età che oggi propone il cinema italiano, impersonata in tutta la sua problematicità, ad esempio, dalle mie amate Laura Morante o Margherita Buy: quest’ultima, sia interprete al femminile del rapporto col lavoro nel recente Viaggio da sola di Maria Sole Tognazzi, sia protagonista del rapporto con la maternità, nel non troppo remoto Lo spazio bianco di Francesca Comencini (a proposito del rapporto conflittuale con la maternità e della solitudine della madre, cito anche Tutto parla di te di Alina Marrazzi). Questo per portare alcuni esempi di un femminile che spesso, e in diverse gradazioni, affronta le crisi esistenziali in un precario affondo di conflitti e fragilità, quasi con una punta di autocompiacimento registico rispetto ad un magma precario da cui si fatica ad emergere, e che rispecchia purtroppo anche diversi altri stanchi e faticosi volti della società di oggi del nostro Paese. Affacciandoci invece alla cinematografia d’oltreoceano di quest’anno, il drammatico Gloria, del cileno Sebastian Lelio, ci propone la figura di una donna matura che recupera con spensieratezza vissuti adolescenziali, senza per questo perdere di compostezza, anzi unendo in qualche modo in sé la ragazza alla donna, con una vitalità che io quasi automaticamente associo al dinamismo della realtà sudamericana. Difficile definire dunque il confine tra commedia e dramma, come spesso i confini tra i generi, più interessanti gli aspetti di commistione e di arricchimento di un genere nell’altro: anche la fiducia nell’avvenire della cuoca del Presidente, recuperiamola dagli anni Ottanta, mai come adesso ci può servire. E non solo al cinema.

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