La paura delle differenze

di Viviana Vignola
disegno di Mara Cerri

disegno di Mara Cerri

Un mese fa sono stata a Roma, all’incontro nazionale “Educare alle differenze”. Tornata a casa, sono andata dalla mia dottoressa a farmi prescrivere delle medicine. Il discorso è caduto sul mio viaggio a Roma.

– Cos’è che sei andata a fare?, mi ha chiesto.

La mia dottoressa è una donna giovane, intelligente, in gamba. Sempre gentile e disponibile. Ho sempre avuto per lei stima e ammirazione. Mi hanno fatto piacere il suo interessamento e le sue domande e le ho detto che ero andata a un incontro sull’educazione alle differenze. Le ho spiegato che l’educazione alle differenze, al genere, ha a che fare con l’educazione alla cittadinanza, alla pluralità. Significa educare a pensare che gli altri possono vestirsi, mangiare, pensare, desiderare, amare diversamente da come facciamo noi. Questa consapevolezza dovrebbe portarci ad aprirci alle differenze, saperle vedere e apprezzare, e non semplicemente tollerarle. Che si tratti di differenze culturali, di genere o di orientamento sessuale.

Mentre parlavo e le spiegavo di quanto interessante fosse stato l’evento e di come mi fosse piaciuto il dibattito, mi ha sorpreso notare il suo viso farsi imbarazzato, lo sguardo perplesso.

– Sì, va bene educare alle differenze, ma dipende da quali! Io sinceramente non accetto per esempio la differenza rappresentata dall’Islam. Perché le femministe non si occupano di difendere i diritti delle donne islamiche invece di perdere tempo a parlare della donna oggetto? Io non voglio rischiare che in Italia si torni indietro. Chi vuole mettere il velo alle donne se ne restasse nel suo paese!, mi ha detto.

È seguita una sua sconcertante analisi della situazione attuale che vede nell’immigrazione un grande pericolo per la libertà di “noi donne italiane”, una difesa a spada tratta dell’Occidente e dei suoi valori e la convinzione che è necessario difendere questi valori dalle “differenze” che io decantavo un attimo prima.

Ovviamente ho cercato di oppormi alla teoria della minaccia islamica (neanche fossimo in un action movie hollywoodiano) e ho detto che le donne italiane hanno molto più da temere dai loro partner, ex partner e familiari che dall’immigrato musulmano, visto che in Italia c’è un femicidio ogni tre giorni e i nostri connazionali ne sono responsabili per la maggior parte.

Ho cercato anche di dire che quello dei diritti negati è l’estremismo islamico e non l’Islam in sé e che comunque, come religione, l’Islam non è più misogino del Cattolicesimo.

Ho cercato anche di spiegare che le femministe di fatto difendono i diritti di tutte le donne, musulmane e non, e se a fare notizia sono solo gli interventi sulla “donna oggetto” è perché le femministe e le loro battaglie non hanno visibilità.

Ho tentato, insomma, con fatica, e anche con calma, di ragionare insieme a lei, ma da un discorso si è passato all’altro. Ho scoperto che io e la mia stimata dottoressa non la pensiamo allo stesso modo neanche su aborto, fecondazione assistita e diritti delle persone GLBTQ.

Sono tornata a casa un po’ avvilita e tanto, tanto delusa. Per me che cerco di impegnarmi nel lavoro di sensibilizzazione sulle questioni di genere è stato un duro colpo. Se non riesco a dialogare con una donna moderna e intelligente, che stimo, come farò a farmi capire da chi è lontanissim* da me e da quello che penso?

È lì che ho capito che educare alle differenze significa soprattutto educarsi alle differenze. Alle nostre e a quelle degli altri. È troppo comodo parlare, confrontarsi, con le compagne del collettivo femminista, le amiche, con chi la pensa come noi.

E poi ho capito quello che io e la mia dottoressa avevamo in comune: la paura. La sua (per me assurda) paura di finire come le donne col burqa e la mia paura di non essere capita e accettata.

È la paura il nocciolo del problema. È la paura che fa aderire persone innocue e/o intelligenti a una manifestazione simbolicamente violenta come quella delle sentinelle in piedi. È la paura che spesso ci blocca e ci fa perdere la voglia di dialogare e confrontarci.

Per questo penso che educare alle differenze, tra le altre cose, significhi educarsi all’ascolto delle paure, le nostre e quelle degli altri.

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