Archive for febbraio, 2015

28 febbraio 2015

Gender washing, pink washing e pinkification

di Komorebi
pinkwashing

fonte foto qui

Termine coniato a seguito del neologismo “green washing“, il gender washing indica il tentativo da parte delle aziende di lavare la propria immagine con campagne pubblicitarie contro la discriminazione di genere o a favore delle pari opportunità, campagne dietro cui si cela come reale intento primario quello di promuovere le vendite. Una mera strategia di marketing, dunque, da non confondere però con il pink washing, che descrive invece l’azione di quei marchi che si fanno pubblicità dando il loro supporto alla ricerca contro il cancro al seno. Un altro termine ancora viene utilizzato poi per indicare la “femminilizzazione” di alcuni giocattoli o altri prodotti considerati tradizionalmente maschili, al fine di renderli più appetibili per le donne: in questo caso si parla di pinkification.
Con Chiara Cretella abbiamo analizzato diverse campagne pubblicitarie di aziende molto note che in questi anni hanno attuato la strategia del gender washing, per poi capire se esistono e come distinguere i marchi realmente impegnati da quelli che cavalcano l’onda del momento con l’unico fine di aumentare il proprio fatturato.

A seguire abbiamo parlato di parità salariale, alla luce dell’ intervento di Patricia Arquette durante la notte degli Oscar che ha denunciato la discriminazione retributiva presente tra attori e attrici di Hollywood. Successivamente, è stata un’altro nome importante, quello di Chirstine Lagarde , direttrice del Fondo Monetario Internazionale, a parlare di una vera e propria cospirazione contro lo donne. Parole molto forti basate sui dati di una recente ricerca del FMI: in più di 40 nazioni si perde più del 15% del PIL potenziale a causa delle discriminazioni nei confronti delle donne.

Ci hanno accompagato i brani di Mark Lanegan. La puntata è qui, buon ascolto!

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24 febbraio 2015

Donne, smettete di chiedere scusa di esistere

di Komorebi

1864c5tz7id90jpg(Traduzione dell’ articolo “Women, Stop Apologizing For Existing” di Christina Berchini, versione originale  qui)

Non molto tempo fa stavo controllando la buchetta delle lettere dell’ufficio, in cerca delle lettere cartacee che ogni tanto ancora ricevo. La mia buchetta è in un’area comune, insieme alle buchette di tutti gli altri (una stanza comune che conta circa 40 buchette tutte insieme).

Sono arrivata alla mia buchetta circa tre secondi prima di una collega, che voleva controllare le sue lettere. Quando mi sono girata e ho realizzato che anche lei voleva farlo nello stesso momento, invece di dirle ciao, mi sono scusata per essere lì – per essere la scocciatura (immaginaria) che si trovava sulla sua strada nel momento esatto in cui aveva necessità di fare qualcosa.

Perchè sto condividendo questa storia?

Perchè la sua risposta è qualcosa a cui ho continuato a pensare da allora. Mi ha guardata dritta in faccia e in modo un po’ severo mi ha detto “Non scusarti mai del tuo diritto di esistere in uno spazio comune”. Non ricordo come risposi al suo “avvertimento” da collega, ma sto sperando di non essermi scusata per essermi scusata.
La sua risposta mi ha obbligata a fare il punto su due cose:

1. Quanto spesso chiedo scusa e
2. Le circostanze in cui lo faccio

Dopo profonda riflessione, ho concluso che mi scuso per molte, molte cose e spesso. Molti dei “crimini” di cui mi scuso non sono affatto crimini. Sono scuse che riguardano semplicemente il fatto di stare facendo quello che devo fare nei modi in cui è necessario farlo. Che si tratti di essere arrivata per prima al microonde, pochi secondi in anticipo rispetto a qualcuno che voleva usarlo, o fare una domanda necessaria a qualcuno che ha la risposta, o svolgere altri compiti simili che mi permettano di passare con successo attraverso la mia giornata, inconsciamente ho scuse impacchettate pronte per essere consegnate.

E’ tempo di smetterla con queste sciocchezze. Quando ho pensato a quanto spesso chiedo scusa, ho anche iniziato a pensare ai miei studenti. Molti dei miei studenti – specialmente le donne giovani – chiedono scusa più o meno per le stesse ragioni per cui lo faccio io.

Chiedono scusa per il fatto di trovarsi in spazi e posti nei quali hanno ogni diritto di essere.

Chiedono scusa per il fatto di stare facendo un lavoro che devono fare.

Chiedono scusa per il fatto di fare domande delle cui risposte necessitano.

Chiedono scusa per impegnare il mio tempo: tempo, ricordatevelo, che sono pagata per (e felice di) dare loro.

Ricordo una studentessa che si è scusata per essersi presentata ad un appuntamento concordato con me – in tempo.

Non è mia intenzione scavere nella “ricerca” per pacificare qualche illusione di “credibilità” nei confronti di quanti si sforzano, quotidianamente, di ignorare, respingere, disperdere (scavo già abbastanza nella mia vita professionale), ma affermo, in maniera annedotica, che questo bisogno di scusarsi profusamente per aver osato in funzione di uno scopo sembra essere un problema delle donne.

Molte donne si impegnano con forza per essere “cortesi”. Lavorano duramente per minimizzare la loro esistenza allo scopo di apparire gentili (o forse nell’intresse di qualche distorta concezione della parola “amichevole”), o nel non creare agitazione, o per aggiustare qualche sorta di sgarbo immaginario che è storicamente è collegato a coloro che osano Esistere come Donne nello Spazio.

Zucchero e spezie e tutte quelle stronzate.

Questo articolo, quindi, si rivolge a tutte le giovani donne che stanno trovando la loro strada, e stanno osando contribuire produttivamente a questo mondo.

Voglio prendere in prestito dall’eccezionale educatore Brené Brown questo messaggio. Per Brown la vita è “la scelta di mostrarsi ed essere reali. La scelta di essere onesti. La scelta di lasciar vedere il nostro vero io”.

Esistere in uno spazio non è un privilegio – è un diritto. Trattatelo come tale e abbiate il coraggio di smettere di chiedere scusa per questo.

Per essere sicuri, se ferite qualcuno (emotivamente o no, intenzionalmente o no) fate la cosa giusta e chiedete scusa (intendendolo veramente). Al contrario, se la vostra legittima esistenza in uno spazio condiviso dovesse infastidire qualcuno, non è un vostro problema. Di fatto, la loro inettidudine sociale non potrebbe essere più lontana dai vostri problemi.

Trovate altre donne (come la mia collega) che non hanno (o non trovano) il tempo per scuse senza senso, e imparate da loro. Prometto che farò lo stesso!

1 febbraio 2015

Le combattenti di Kobane

di Komorebi

10945627_1041496945866197_8533832757299174095_nChi sono e in difesa di cosa hanno imbracciato le armi le donne combattenti di Kobane?

Insieme a Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro “Femminicidio”, collaboratrice del Movimento Internazionale delle Donne Curde abbiamo parlato di Kobane, Isis, Rojava e un nuovo modello di società chiamata “autonomia democratica”.

Cos’è Kobane? E cos’è l’Isis? Partendo dalla spiegazione di questi concetti base, necessari per capire la complessa situazione geopolitica dell’area che comprende Iraq, Siria e Turchia meridionale, abbiamo parlato della fondamentale resistenza di Kobane all’avanzata delle milizie dell’Isis: quattro mesi di combattimenti durissimi che hanno visto le donne curde imbracciare le armi in difesa della libertà loro e di tutto il loro popolo.  In questo scontro tra due ideali completamente opposti di società, oppressiva e violenta quella del Califfato e inclusiva e paritaria quella degli abitanti del Rojava, Kobane è stata lasciata praticamente sola a combattere il nemico di cui tutti parlano.

La presenza femminile nella resistenza, come ci racconta Barbara, è l’esito di una pratica di autodifesa, di libertà e partecipazione politica che le donne in quest’area praticavano ben prima dell’assedio. Le combattenti di Kobane nella loro lotta oppongono un modello di partecipazione inclusiva rispetto alla concezione che di loro ha il Califfato, le cui pratiche barbare annullano la donna in tutte le sue libertà. “Nel suo avanzare l’Isis utilizza la cattura delle donne, la loro vendita, uccisione e tortura come una vera forma di genocidio”. Quello del Rojava è l’unico esperimento esistente in mediorente di confederalsimo democratico: una società organizzata dal basso secondo un modello non statuale, con una carta sociale che vieta ogni forma di discriminazione e prevede il rispetto della parità di genere nelle varie forme di rappresentanza: quali interessi economici e politici nascondo il mancato (o debolissimo) appoggio a questa popolazione eroica?

Trovate la puntata qui, buon ascolto!

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