14 marzo 2015

Un altro genere è possibile

di huicholes

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Nella puntata del 13 marzo, Frequenze di Genere intervista Christian e Milena, i due testimonial della campagna Un Altro Genere è Possibile, la campagna per ottenere il cambio del nome e del sesso anagrafico senza intervento chirurgico. Condizionare il cambiamento del nome e del sesso anagrafico all’intervento chirurgico fa sì che ogni persona Trans che non desidera o non può operarsi non può mai ottenere il cambiamento del nome. In poche parole condanna le persone Trans non operate in un limbo giuridico da quale non potranno mai uscire. La campagna promossa dal MIT intende spezzare questa catena e pretendere che in Italia sia possibile cambiare il nome anche per chi decide di NON operarsi, proprio perchè l’identità sessuale è un diritto e non può essere condizionato dalla chirurgia. Nel frattempo, se questo Parlamento non legifererà, il MIT proporrà cause in ogni Tribunale d’Italia per ottenere, così come è già avvenuto a Roma, sentenze che autorizzano il cambiamento del sesso e del nome anche senza l’intervento chirurgico. Tante sono le discriminazioni che una persona Trans deve ancora subire in Italia, dal lavoro alla scuola agli stereotipi che purtroppo continuano ad esistere, mentre pochi sono i diritti dei quali possono godere.

Il MIT, fondato nel 1982 è una ONLUS che difende e sostiene i diritti delle persone transessuali, travestiti, transgender e genderqueer.

Dal 1994 il MIT, in accordo con il sistema sanitario e la Regione Emilia Romagna,  si è dotato del primo consultorio per la salute delle persone transessuali e transgender. Oggi il MIT fornisce alle persone transessuali assistenza e sostegno qualificato nel percorso di transizione e di cambio del sesso.

Ad accompagnarci in questa chiacchierata con Christian e Milena, la musica di Brunori Sas, in concerto il 23 marzo al Teatro Duse. Per ascoltare la puntata, andate qui.

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11 marzo 2015

Il “papi”

di Komorebi

bimbo_con_bambolaAl termine dell’incontro svolto a Vignola lunedì sera nel bellissimo contesto della biblioteca Auris, ci siamo fermate a chiacchiere coi presenti: spesso le persone hanno voglia di commentare con noi le tematiche di cui si è parlato, condividendo impressioni ed episodi della loro vita. Qualcuna si è mostrata sconcertata su come in Italia, a differenza degli atri stati Europei, non esista una legge sulla regolamentazione della pubblicità che vieti gli spot sessisti; qualcuno invece ha ricordato sorridendo l’episodio di Friends in cui Ross, avendo visto suo figlio giocare con le bambole, accusava la sua ex compagna (che dopo essersi separata da lui era andata a convivere con una donna) di condizionare il figlio che avevano avuto insieme e a cui Monica (sorella di Ross) rispondeva ricordandogli che anche lui da piccolo si divertiva a indossare i vestiti della mamma e che questo non aveva condizionato il suo orientamento sessuale.

Tra spunti condivisi e storie raccontate, una in particolare ci ha deliziate. Ci è stata regalata da una signora che già nel corso della serata aveva parlato della sua preoccupazione di nonna per la fortissima divisione attuale dei giochi in “giochi da maschio” e “giochi da femmina”. La nonna in questione era andata a prendere il nipote all’asilo e mentre stavano uscendo, il piccolo – che teneva con sé Filippino, il suo bambolotto, inseparabile compagno di giochi –  è stato apostrofato dal nonno di un amichetto con queste parole: “Beh? Ma cosa fai? Giochi con le bambole? Ma cosa sei? Una femminuccia?”. La grintosissima nonna era già sul piede di guerra, pronta a dare battaglia, ma non ne ha avuto il tempo, perché il bambino ha guardato l’anziano come si guarda chi dice parole di cui non afferriamo il senso e ha risposto: “Ma io sono il papi!”.

Un episodio bellissimo, che vogliamo offrire come spunto a quanti cercano con pazienza le parole per spiegare a genitori allarmati che non c’è nessuna teoria del gender da temere, ma solo tanti modi di essere bambine e  bambini e, anche in base all’infanzia che si è vissuta, tanti modi di essere genitori. E che un bambino non è predestinato per natura a diventare un padre incapace, ma che anzi, potrebbe trovare maggiore soddisfazione nell’essere  “un papi” consapevole, facendosi aiutare in questo non solo dal buon esempio dei genitori, da una nonna attenta e sensibile alla questione, ma anche dal suo inseparabile amico Filippino.

9 marzo 2015

Incontro col centro antiviolenza di Trama di terre

di huicholes

Il centro antivioletramanza di Trama di Terre è un luogo gestito da donne che si impegnano ad accogliere, in maniera solidale e non giudicante, altre donne che vivono in situazioni di maltrattamento e violenza.

L’obiettivo è di offrire uno spazio protetto dove trovare informazioni e sostegno per elaborare autonomamente un percorso di uscita dalla violenza.

Le domande dell’intervista nascono da una necessità di comprendere la relazione tra professionalità e politica nel centro antiviolenza, e per indagare in che modo il lavoro con le donne è anche un lavoro politico.

La puntata parte con un’introduzione musicale curata da Giulia sui Verdena che saranno la prossima settimana a Bologna a presentare un nuovo album.

Segue un’intervista ad Alessandra Davide, referente del centro antiviolenza di Trama di Terre (Imola).

Alessandra descrive in che modo le operatrici lavorano con le donne, quali risultati si cercano, in che modo il lavoro con le donne è anche un lavoro politico, e che tipo di connessione c’è tra il centro antiviolenza di Trama e i movimenti femministi di base legati al territorio.

Infine ricordiamo alcuni dei moltissimi appuntamenti che avranno luogo nei prossimi giorni a Bologna e dintorni in occasione dell’8 marzo.

Potete ascoltare la puntata qui. Buon ascolto!

4 marzo 2015

Il 9 marzo vi aspettiamo qui!

di Komorebi

8 Marzo 2015

28 febbraio 2015

Gender washing, pink washing e pinkification

di Komorebi
pinkwashing

fonte foto qui

Termine coniato a seguito del neologismo “green washing“, il gender washing indica il tentativo da parte delle aziende di lavare la propria immagine con campagne pubblicitarie contro la discriminazione di genere o a favore delle pari opportunità, campagne dietro cui si cela come reale intento primario quello di promuovere le vendite. Una mera strategia di marketing, dunque, da non confondere però con il pink washing, che descrive invece l’azione di quei marchi che si fanno pubblicità dando il loro supporto alla ricerca contro il cancro al seno. Un altro termine ancora viene utilizzato poi per indicare la “femminilizzazione” di alcuni giocattoli o altri prodotti considerati tradizionalmente maschili, al fine di renderli più appetibili per le donne: in questo caso si parla di pinkification.
Con Chiara Cretella abbiamo analizzato diverse campagne pubblicitarie di aziende molto note che in questi anni hanno attuato la strategia del gender washing, per poi capire se esistono e come distinguere i marchi realmente impegnati da quelli che cavalcano l’onda del momento con l’unico fine di aumentare il proprio fatturato.

A seguire abbiamo parlato di parità salariale, alla luce dell’ intervento di Patricia Arquette durante la notte degli Oscar che ha denunciato la discriminazione retributiva presente tra attori e attrici di Hollywood. Successivamente, è stata un’altro nome importante, quello di Chirstine Lagarde , direttrice del Fondo Monetario Internazionale, a parlare di una vera e propria cospirazione contro lo donne. Parole molto forti basate sui dati di una recente ricerca del FMI: in più di 40 nazioni si perde più del 15% del PIL potenziale a causa delle discriminazioni nei confronti delle donne.

Ci hanno accompagato i brani di Mark Lanegan. La puntata è qui, buon ascolto!

24 febbraio 2015

Donne, smettete di chiedere scusa di esistere

di Komorebi

1864c5tz7id90jpg(Traduzione dell’ articolo “Women, Stop Apologizing For Existing” di Christina Berchini, versione originale  qui)

Non molto tempo fa stavo controllando la buchetta delle lettere dell’ufficio, in cerca delle lettere cartacee che ogni tanto ancora ricevo. La mia buchetta è in un’area comune, insieme alle buchette di tutti gli altri (una stanza comune che conta circa 40 buchette tutte insieme).

Sono arrivata alla mia buchetta circa tre secondi prima di una collega, che voleva controllare le sue lettere. Quando mi sono girata e ho realizzato che anche lei voleva farlo nello stesso momento, invece di dirle ciao, mi sono scusata per essere lì – per essere la scocciatura (immaginaria) che si trovava sulla sua strada nel momento esatto in cui aveva necessità di fare qualcosa.

Perchè sto condividendo questa storia?

Perchè la sua risposta è qualcosa a cui ho continuato a pensare da allora. Mi ha guardata dritta in faccia e in modo un po’ severo mi ha detto “Non scusarti mai del tuo diritto di esistere in uno spazio comune”. Non ricordo come risposi al suo “avvertimento” da collega, ma sto sperando di non essermi scusata per essermi scusata.
La sua risposta mi ha obbligata a fare il punto su due cose:

1. Quanto spesso chiedo scusa e
2. Le circostanze in cui lo faccio

Dopo profonda riflessione, ho concluso che mi scuso per molte, molte cose e spesso. Molti dei “crimini” di cui mi scuso non sono affatto crimini. Sono scuse che riguardano semplicemente il fatto di stare facendo quello che devo fare nei modi in cui è necessario farlo. Che si tratti di essere arrivata per prima al microonde, pochi secondi in anticipo rispetto a qualcuno che voleva usarlo, o fare una domanda necessaria a qualcuno che ha la risposta, o svolgere altri compiti simili che mi permettano di passare con successo attraverso la mia giornata, inconsciamente ho scuse impacchettate pronte per essere consegnate.

E’ tempo di smetterla con queste sciocchezze. Quando ho pensato a quanto spesso chiedo scusa, ho anche iniziato a pensare ai miei studenti. Molti dei miei studenti – specialmente le donne giovani – chiedono scusa più o meno per le stesse ragioni per cui lo faccio io.

Chiedono scusa per il fatto di trovarsi in spazi e posti nei quali hanno ogni diritto di essere.

Chiedono scusa per il fatto di stare facendo un lavoro che devono fare.

Chiedono scusa per il fatto di fare domande delle cui risposte necessitano.

Chiedono scusa per impegnare il mio tempo: tempo, ricordatevelo, che sono pagata per (e felice di) dare loro.

Ricordo una studentessa che si è scusata per essersi presentata ad un appuntamento concordato con me – in tempo.

Non è mia intenzione scavere nella “ricerca” per pacificare qualche illusione di “credibilità” nei confronti di quanti si sforzano, quotidianamente, di ignorare, respingere, disperdere (scavo già abbastanza nella mia vita professionale), ma affermo, in maniera annedotica, che questo bisogno di scusarsi profusamente per aver osato in funzione di uno scopo sembra essere un problema delle donne.

Molte donne si impegnano con forza per essere “cortesi”. Lavorano duramente per minimizzare la loro esistenza allo scopo di apparire gentili (o forse nell’intresse di qualche distorta concezione della parola “amichevole”), o nel non creare agitazione, o per aggiustare qualche sorta di sgarbo immaginario che è storicamente è collegato a coloro che osano Esistere come Donne nello Spazio.

Zucchero e spezie e tutte quelle stronzate.

Questo articolo, quindi, si rivolge a tutte le giovani donne che stanno trovando la loro strada, e stanno osando contribuire produttivamente a questo mondo.

Voglio prendere in prestito dall’eccezionale educatore Brené Brown questo messaggio. Per Brown la vita è “la scelta di mostrarsi ed essere reali. La scelta di essere onesti. La scelta di lasciar vedere il nostro vero io”.

Esistere in uno spazio non è un privilegio – è un diritto. Trattatelo come tale e abbiate il coraggio di smettere di chiedere scusa per questo.

Per essere sicuri, se ferite qualcuno (emotivamente o no, intenzionalmente o no) fate la cosa giusta e chiedete scusa (intendendolo veramente). Al contrario, se la vostra legittima esistenza in uno spazio condiviso dovesse infastidire qualcuno, non è un vostro problema. Di fatto, la loro inettidudine sociale non potrebbe essere più lontana dai vostri problemi.

Trovate altre donne (come la mia collega) che non hanno (o non trovano) il tempo per scuse senza senso, e imparate da loro. Prometto che farò lo stesso!

1 febbraio 2015

Le combattenti di Kobane

di Komorebi

10945627_1041496945866197_8533832757299174095_nChi sono e in difesa di cosa hanno imbracciato le armi le donne combattenti di Kobane?

Insieme a Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro “Femminicidio”, collaboratrice del Movimento Internazionale delle Donne Curde abbiamo parlato di Kobane, Isis, Rojava e un nuovo modello di società chiamata “autonomia democratica”.

Cos’è Kobane? E cos’è l’Isis? Partendo dalla spiegazione di questi concetti base, necessari per capire la complessa situazione geopolitica dell’area che comprende Iraq, Siria e Turchia meridionale, abbiamo parlato della fondamentale resistenza di Kobane all’avanzata delle milizie dell’Isis: quattro mesi di combattimenti durissimi che hanno visto le donne curde imbracciare le armi in difesa della libertà loro e di tutto il loro popolo.  In questo scontro tra due ideali completamente opposti di società, oppressiva e violenta quella del Califfato e inclusiva e paritaria quella degli abitanti del Rojava, Kobane è stata lasciata praticamente sola a combattere il nemico di cui tutti parlano.

La presenza femminile nella resistenza, come ci racconta Barbara, è l’esito di una pratica di autodifesa, di libertà e partecipazione politica che le donne in quest’area praticavano ben prima dell’assedio. Le combattenti di Kobane nella loro lotta oppongono un modello di partecipazione inclusiva rispetto alla concezione che di loro ha il Califfato, le cui pratiche barbare annullano la donna in tutte le sue libertà. “Nel suo avanzare l’Isis utilizza la cattura delle donne, la loro vendita, uccisione e tortura come una vera forma di genocidio”. Quello del Rojava è l’unico esperimento esistente in mediorente di confederalsimo democratico: una società organizzata dal basso secondo un modello non statuale, con una carta sociale che vieta ogni forma di discriminazione e prevede il rispetto della parità di genere nelle varie forme di rappresentanza: quali interessi economici e politici nascondo il mancato (o debolissimo) appoggio a questa popolazione eroica?

Trovate la puntata qui, buon ascolto!

27 gennaio 2015

Il senso della gaffe per Gasparri: il caso delle due volontarie italiane liberate in Siria

di sciul

UpkPfA5XLjj8cuE4eVi1qH8UNbpoESL37LpVmsgPbyU=--Le insinuazioni a sfondo sessuale ed i commenti paternalisti che si sono scatenati sul tema delle due volontarie liberate in Siria, cavalcati dal vicepresidente del Senato, rivelano un clima sconcertante di forte sessismo e discriminazione che si abbandona a giudizi infondati sulla scelta controcorrente di due giovani donne e i rischi che questa ha comportato. Il messaggio chiaro che si intuisce dai commenti della rete è un’intenzione di rimettere queste due ragazze giovani, che con la propria scelta hanno scaturito pruriti paternalistici, al proprio posto, aprendo una voragine di senso rispetto a cosa significhi “andarsela a cercare”, all’emersione di stereotipi negativi rispetto al mondo arabo, al dibattito su cosa significhi prestare servizio volontario per una causa in cui si crede. Di questo e molto altro abbiamo parlato nella puntata di oggi, accompagnati dalla musica delicatissima di Fink. Qui potete ascoltare la puntata. Buon ascolto!

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19 gennaio 2015

L’arte come strumento di rielaborazione della violenza

di Komorebi

CopsDalla violenza sessuale al revenge porn, agli sguardi giudicanti su corpi non aderenti agli imperativi di bellezza del nostro tempo, le storie e il lavoro di queste donne ci raccontano come sia possibile reagire alle offese e alla violenza uscendo dal silenzio e trasformandole in forme d’arte da condividere pubblicamente.

In questa puntata di Frequenze di Genere parliamo di tre donne: la prima ha subito uno stupro da uno studente del suo stesso campus universitario e in seguito alla sua denuncia caduta nel vuoto ha svolto una tesi basata sulla sua performance “Carry that Weight“, in cui porta con sè ovunque vada il materasso su cui è stata stuprata. La seconda, vittima di revenge porn, ovvero della diffusione non autorizzata (da parte di ex partner che vogliono “vendicarsi”) di propri video e immagini intime sul web, ribalta l’offesa subita diventando soggetto di un progetto fotografico in cui viene ritratta nuda nella quotidianità. Anche la terza è una fotografa, ma con un progetto molto diverso, dal titolo “Weight Watchers” in cui dimostra lo scherno subito quotidianamente a causa del suo corpo abbondante e lontano dagli stereotipi, riuscendo così a spostare il focus da sé agli sguardi giudicanti degli sconosciuti che le passano accanto.

Vi invitiamo ad ascoltare la nostra puntata e a guardare con i vostri occhi i loro progetti artistici, facendoci poi sapere cosa ne pensate lasciando un commento sulla nostra pagina facebook “Frequenze di Genere” o scrivendoci a radio.frequenzedigenere@gmail.com.

Ci ha fatto compagnia la musica dei Bud Spencer Blues Explosion. Trovate la puntata qui, buon ascolto!

9 gennaio 2015

Flavia Madaschi, la mamma della comunità LGBT bolognese

di sciul

flavia-675  Nella prima puntata del 2015 abbiamo voluto ricordare la compagna Flavia Madaschi, rappresentante Agedo Bologna, deceduta il 7 gennaio. Attraverso un’intervista in diretta a Rita De Santis, rappresentante Agedo Milano, abbiamo colto l’occasione per presentare Agedo, Associazione Genitori di Omosessuali, e il suo prezioso operato.

Vi invitiamo tutt* a partecipare ai funerali laici che si svolgeranno sabato 10 gennaio alle ore 11.00 al Cassero.

A seguire, le notizie della settimana.
In particolare ricordiamo la sentenza del tribunale dell’Aquila relativa allo stupro agito nel 2012 dall’ex militare Francesco Tucci nei confronti di una ragazza lasciata in fin di vita. L’uomo è stato condannato a 7 anni e 8 mesi,
Un’altra sentenza è quella del tribunale di Trento, grazie alla quale è stato permesso ad una persona di cambiare sesso all’anagrafe senza sottoporsi a intervento chirurgico. Si tratta di una sentenza storica che potrebbe aprire la strada ad altre simili.

Ci ha accompagnate la musica di Livia Ferri.

Potete ascoltare la puntata qui.

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